Andrea Ferrari, l’isola sospesa tra sonno e veglia

Un misterioso albergo e la metafora dell’anima umana nel romanzo “H”, ultima fatica dello scrittore di Marco Testi

Andrea Ferrari è una delle voci più interessanti nel panorama narrativo italiano, soprattutto per la sua capacità di facilitare l’accesso a zone profonde dell’animo umano attraverso la chiarezza e l’eleganza espositiva. Anche nel suo ultimo romanzo, “H”, emerge questa capacità di arrivare a sondare territori psichici di confine con naturale disinvoltura, creando personaggi e dialoghi carichi di sottintesi e di ammaliante allusività. Qui non è più solo il tempo a farla da protagonista – come nel suo primo romanzo, finalista allo Strega dello scorso anno – ma una parte di esso, il sonno, che comprende la sua naturale concrezione onirica. Ma, ed è questa la zona narrativamente minata, difficile da organizzare e da tradurre in parole, proprio dalle parole emerge il continente di mezzo, la zona di confine tra sonno e veglia, dove il sogno sconfina e si prolunga nei suoni e nelle luci del risveglio.

Ma perché “H”? Questo è il nome (un nome iconico, cioè plasmato dalla forma stessa della cosa nominata) di una strana isola, cercata e talvolta trovata, talvolta no, perché immersa in una profonda nebbia, formata da due parti che vengono separate dall’alta marea, collegate da un servizio di battelli e da una rete sottomarina di posta pneumatica. Immagine neanche tanto nascosta dell’unicità dell’anima umana a volte minacciata dalla dissociazione, e del sottile invisibile filo che collega in profondità giorno e notte, Apollo ed Ecate, aperto e chiuso. È come se da quest’isola scaturisse un fascino magnetico, che trascina nelle sue strade, e più precisamente in un albergo condotto esclusivamente da donne, generazioni di avventurieri che vivono di sogni. Taluni degli abitanti di H rimangono intrappolati tra sogno e veglia, in uno stato fluido in cui nulla è prima e nulla è ancora dopo, ma tutto si aggroviglia e diviene a-temporalità e a-razionalità.

Uno dei caratteri distintivi della scrittura di Ferrari è infatti il suo mettere in mora la convinzione che tutto sia riconducibile a ragione e a logica, e che ogni cosa possa essere incasellata in un punto preciso del computer-uomo. Una scrittura che riapre i conti con l’impronunciabile, con l’anima, allontanandosi dall’oggettivismo deterministico e dalle manìe classificatorie del tardo naturalismo. Nel contempo, “H” non è un romanzo filosofico, ma una storia nella quale si intrecciano altre storie: amore, battaglie, libertà, e sono proprio le storie a parlare attraverso i personaggi, non un narratore-esplicatore. Sono le parole dette a suggerire altro, sono gli attori che si muovono nel racconto, ma sarebbe meglio dire nei racconti, a mostrare quanto di sogno c’è nella nostra vita e quanti pezzi di realtà penetrino nel sogno, con una levità quasi da racconto di fate. Si respira aria di libero arbitrio e di lieve azzardo, perché le parole suggeriscono l’esistenza di un oceano di enigmi, non nel cosmo da esplorare tra cent’anni, ma dentro il sempre più misterioso pianeta uomo.

“H”, di Andrea Ferrari, Fazi, pp. 157, euro 14,50

8 giugno 2008

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