Con Veronesi pregi e difetti dell’Italia

Dopo aver debuttato al Festival Internazionale del Film di Roma, è nelle sale «L’ultima ruota del carro» con Elio Germano. Al cinema la finzione è più credibile del vero che, spesso, diventa solo un peso di Massimo Giraldi

Venerdì 8 ha inaugurato fuori concorso il Festival Internazionale del Film di Roma, e dallo scorso fine settimana è nelle sale. Si parla di L’ultima ruota del carro, il film di Giovanni Veronesi con protagonisti Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis e altri. Si comincia a Roma, alla fine degli anni ’60. Il piccolo Ernesto inizia ad aiutare il padre tappezziere. Il lavoro gli piace ma ad un certo punto cede alle pressioni della famiglia e partecipa a un concorso dove, opportunamente segnalato, vince e diventa cuoco d’asilo. Dopo quel lavoro, fa il traslocatore, l’autista e altro. Negli anni Ottanta Giacinto, l’amico d’infanzia, si avvicina alla politica, va a Milano e entra nelle nuove realtà economiche imprenditoriali che segnano il decennio.

Poi arriva la Guardia di Finanza, Giacinto ripara in Cina, Ernesto a Roma compra un biglietto del Gratta e Vinci che risulta vincente ma la moglie lo butta nella spazzatura. Vale la pena cercarlo nella discarica? Il dato curioso lo racconta il regista: «Ernesto Fioretti esiste davvero: è un autista di produzione romano, poco più che sessantenne, che conosco da diversi anni e che un giorno, dopo un pranzo non esaltante mi ha parlato di quando era cuoco e, da lì, del resto della sua vita». Dalla realtà il personaggio Ernesto è transitato a poco a poco nella finzione scritta da Veronesi e i suoi cosceneggiatori. A seguire le vicende di Ernesto sullo schermo (quaranta anni della più recente storia italiana), si stenta a credere che siano successe davvero alla stessa persona.

Ci vuole un po’ per entrare nel mondo di un candido allo stato puro che accetta di partecipare a certe «imprese» che non conosce, le vive dal di dentro quasi senza accorgersene e si stupisce di uscirne privo di conseguenze. In realtà, si dice, Ernesto resta solo proprio perché pulito e buono, incapace di approfittare di qualcosa e infine innamorato della famiglia, della casa, della propria vita. Nel finale si respira un clima quasi da La vita è meravigliosa, dove i valori pagano e sono anzi l’unica moneta possibile da scambiare. Il ritratto di Ernesto dovrebbe rendere giustizia ai tanti italiani «onesti» destinati a essere sempre ignorati dalla cronaca e a scomparire dalla Storia. Alla regia mancano però cattiveria e cinismo in doti opportune e l’ombra di un certo buonismo «a posteriori» attraversa molte zone del copione. Sembra quasi che il punto debole sia proprio l’essere ispirato a una storia vera. A conferma che al cinema spesso la finzione è più credibile del vero e che i riferimenti di «autenticità» sono destinati a diventare un peso. Film comunque in grado di rappresentare pregi e difetti dell’Italia e del cinema che la ricostruisce.

18 novembre 2013

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