Cultura, far riflettere sui valori fondamentali

Riflessioni dalla lettura di un articolo su un quotidiano a proposito di stati d’animo delle persone e modelli di comportamento dei popoli di Elisa Manna

Qualche giorno fa, in mezzo a tante altre cose, ho letto un articoletto, di cui purtroppo non ricordo l’autore, su Il Corriere della Sera, centrato sulla spiegazione di un termine della lingua tedesca: Schadenfreude. Vuol dire: «Piacere provocato dalla sfortuna dell’altro». Ho pensato di aver letto male e così ho fatto una piccola ricerca; ho scoperto alcune cose assai curiose, che mi hanno fatto molto riflettere.

La prima è che questo termine non esiste solo nella lingua tedesca. Esiste, ad esempio, presso i finlandesi, i russi, gli albanesi, gli olandesi, i serbi, gli svedesi, gli sloveni. Dunque se ne deduce che non si tratta di un’assurda terminologia dei fratelli germanici; nossignore, ci sono termini equivalenti in molte altre lingue, compreso l’arabo e l’ebraico.

Passerò per un’innocente beota e dalla psiche troppo semplice, ma davvero non potevo immaginare che si potesse provare piacere per le disgrazie, i malanni altrui; o meglio pensavo che questa fosse una caratteristica delle persone affette da una forma più o meno grave di sadismo, cioè persone disturbate che avrebbero bisogno di un buon psichiatra.

Ma il fatto che tante lingue posseggano un termine per indicare quel tipo di stato d’animo, mi dice che si tratta probabilmente di quello che gli antropologi definiscono “un segmento” culturale, cioè un tratto antropologico. Il che mi inquieta non poco.

La seconda cosa che vorrei sottolineare è che l’equivalente di questo termine non esiste né in italiano, né in spagnolo, né in francese. E questo, posso dire, ha gratificato non poco la mia identità mediterranea: non che in questi Paesi non ci siano persone malevole, ma evidentemente sono poche o comunque si vergognano un po’. Magari la tradizione cattolica li ha aiutati a vergognarsi, appunto, di certe emozioni e a cercare di rimuoverle. E non a farci teorizzazioni, proverbi, calembour e via discorrendo.

Insomma, potremmo ipotizzare che certe culture favoriscono certi modelli di comportamento e atteggiamenti anche attraverso il riconoscimento simbolico del linguaggio. Oppure no. Comunque sono grata a quel quotidiano che mi ha fatto pensare.

La cultura, quella vera, non passa tanto attraverso l’ossequioso omaggio a nobili opere: passa piuttosto per una funzione straordinaria e, di questi tempi, insolita: che è quella di farci riflettere sui “fondamentali”.

28 maggio 2012

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