Giannì: l’arte e la sua spiritualità

Lo studioso di estetica torna sulla questione cara a Dostoevskij e Von Balthasar, e si concentra sulle prove di vicinanza tra opera umana e spirito di Marco Testi

Quando si inizia un discorso sul problema del legame tra arte e fede vengono in mente le espressioni di Dostoevskij, Von Balthasar e altri sulla bellezza implicita nel mondo. Si ha come l’impressione che le ideologie laicistiche abbiano volutamente rimosso anche solo il ricordo di quelle frasi nel timore della «confusione dei ruoli». Oggi la questione viene ripresa nel recente “Ad immagine. Arte e spiritualità”, di Eugenio Giannì.

L’autore, che è uno studioso di estetica e teorico dell’arte, con competenza e senza livori di parte, mette subito sul tavolo le prove di vicinanza tra opera umana e spirito: arte e creazione sono due dimensioni simili e, pur nel rispetto della diversità tra uomo e Dio, riconducono al realizzare dal nulla: «Dio comunica coniugando i due livelli formale e morale». Nell’uomo questa coniugazione si è perduta, ma è possibile coglierne laceranti tracce nei credenti e in coloro che hanno mostrato una certa ostilità alla Chiesa o alla religione intesa come istituzione: basti pensare a Mozart, Baudelaire o a Pasolini. Anche sul primo versante, quello dell’artista credente, come auspicava David Maria Turoldo quando avvertiva che la poesia è poesia e basta, e che non sopporta appellativi, neanche quello di cristiana o laica.

Fa molto bene Giannì a riprendere l’esempio di Van Gogh, che è la dimostrazione di come la creazione artistica possa conciliarsi con l’amore sconfinato verso i poveri nei quali lo sfortunato pittore vedeva l’incarnazione della figura di Cristo. Eppure raramente si è sentito parlare della vocazione religiosa e di questo andare a cercare gli ultimi nel grande olandese, mentre si è spesso attirata l’attenzione dei lettori sulla malattia mentale, sulla depressione, su una psiche separata dallo spirito e dall’amore, il che rappresenta un’operazione totalmente fuorviante. In alcune realtà orientali, nota l’autore, le forme artistiche sono fortemente legate alla visione, che «come in un lampo, penetra nelle viscere dell’artista e vi imprime il segno della cosa in sé». Questo parlare di lampi, di viscere, di visione va contro l’interpretazione materialistica e meccanicistica dell’arte e in qualche modo ritorna al pur laicissimo Croce e alla sua teoria «spirituale» della nascita della poesia come espressione pura.

Il fatto è che il libro di Giannì pone la questione della necessità spirituale e dell’interiorità nell’arte, non passibili di controlli pseudo-scientifici, togliendo terreno sotto i piedi di coloro che tendono a trascinare l’arte nella razionalizzazione e nella spiegazione scientifica a tutti i costi, dimenticando che gli abissi umani sondati dall’arte non sono facilmente riducibili al lettino dell’analista o al vetrino del biologo. Senza tralasciare il fatto che ci sono opere che nascono come religiose – l’autore fa l’esempio del Gesù di Zeffirelli – che, secondo Giannì, hanno uno sguardo meno profondo e spirituale di quelle che trovano terreno in artisti lontani apparentemente dalla fede, come nel caso del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini.

Eugenio Giannì, “Ad immagine. Arte e spiritualità”, Guerra edizioni, 2009, pp. 131, 15 euro.

21 settembre 2009

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