Giorgio Di Giorgio

Il preside di Economia della Luiss spiega la crisi dei mutui americani e le possibili ripercussioni sul mercato di Francesco Lalli

Il pericolo di una ripercussione mondiale della crisi dei “mutui americani” sta preoccupando i mercati finanziari. Dei rischi reali e delle possibili ripercussioni parla il professor Giorgio Di Giorgio. Romano, 41 anni, Di Giorgio è preside della facoltà di Economia della Luiss, docente di macroeconomia ed economia monetaria nel medesimo ateneo, oltre che editor del “Journal of Banking and Finance”.

Professore, i cosiddetti mutui “subprime” per loro stessa natura sono rischiosi tanto per i creditori quanto per i debitori, visto che in genere vengono erogati a tassi più elevati rispetto a quelli di mercato a quanti hanno una cattiva storia creditizia fatta d’insolvenze, fallimenti, ritardi, inadempienze. Perché stupirsi allora di una crisi che sembrava annunciata?
A dire la verità sono erogati anche a persone che non hanno per nulla una storia creditizia o non possiedono garanzie reali o personali che possono entrare in gioco nella richiesta di mutuo. Certamente si tratta di operazioni estremamente rischiose che vengono effettuate più facilmente in presenza di un regime di liquidità elevato, ma non ci si è affatto stupiti della crisi che è scoppiata in estate. La cosa era nell’aria da diversi mesi e c’erano stati diversi campanelli d’allarme. In realtà, però, si tratta di operazioni difficili da controllare sia sotto l’aspetto procedurale sia per quel che riguarda la dimensione del fenomeno.

Da dove nasce questa difficoltà?
Dal tipo di guadagno legato al cosiddetto “mutuo subprime”. L’interesse di chi concede un mutuo così rischioso, sta nel fatto che dopo averlo erogato rivende il debito di chi ha contratto il mutuo a una banca o a una finanziaria che, a sua volta, si basa su di esso per emettere dei titoli. Molto spesso però il debito è venduto a soggetti che non sono controllabili e su cui, di conseguenza, è impossibile ogni forma di vigilanza.

Ieri il presidente della Federal Reserve ha dichiarato che «le perdite sui mercati finanziari mondiali legate alla crisi dei mutui hanno superato anche le nostre previsioni più pessimistiche». Che scenario ci attende, dunque?
Continuo a ritenere che le ripercussioni sull’economia siano legate più a induzioni d’incertezza, quindi a un fattore psicologico che può generare blocchi dei consumi da parte dei cittadini, che non a un impatto sull’economia reale. La riallocazione di questa mole di debiti e crediti rimane materia del mercato stesso, all’interno del quale ci sono professionisti che hanno la capacità e gli strumenti per gestire la situazione, sempre che il fenomeno non tocchi intermediari di vastissime dimensioni. In quel caso potrebbe sorgere un problema. A questo è dovuto l’intervento preventivo di alcune banche centrali.

In Italia sarebbe possibile quello che è successo alla Northen Rock in Gran Bretagna, con le file dei clienti impauriti da un possibile crack bancario che prelevano tutto e chiudono i loro conti correnti?
Non credo. L’utilizzo dei “subrpime” è più sviluppato nei mercati più evoluti e quindi di tipo anglosassone come Gran Bretagna, Canada, Australia, e meno in Paesi in cui ci sono tradizioni creditizie più rigide come da noi. Ciò non toglie che, sebbene sia difficile erogare un mutuo a quelle condizioni, nulla impedisce a una banca francese, italiana, o tedesca di acquistare il debito. La vendita del debito, come molti altri fenomeni, è globalizzata. In ogni modo nel nostro Paese esiste un maggiore rigore e una tradizione diversa. La media dei mutui erogati in Italia non raggiunge l’80% o il 90% del valore dell’immobile, il che riduce le somme in gioco e il rischio del non rimborso. Inoltre, il sistema d’assicurazione dei depositi bancari da noi è tra i più sicuri al mondo. Basti pensare che ogni depositante ha la certezza che fino a 103mila euro il suo deposito sarà rimborsato anche in caso di fallimento della banca. In altri paesi europei la somma massima è di 20mila euro.

Ma è vero che da noi i mutui sono più cari che in Europa?
Relativamente un po’ più cari che all’estero. Questo si deve a una struttura più chiusa del sistema bancario italiano e all’assenza di gruppi bancari internazionali. Solo da pochi anni, infatti, sul mercato dei mutui sono entrati operatori specializzati, mentre prima quest’attività era svolta esclusivamente dalle banche commerciali e dagli istituti di credito che avevano un rapporto monopolistico con il proprio cliente. L’arrivo di qualche soggetto in più ha prodotto una gamma di prodotti maggiore e più vantaggiosa. Detto ciò, il nostro rimane un mercato in cui ancora non c’è integrazione. È difficile per chi vuole comprare una casa in Italia chiedere un mutuo a una banca spagnola o tedesca. Soprattutto perché esistono barriere di tipo giuridico sulle procedure, cosa che non avviene nel mercato finanziario. Tutto ciò consente alle banche italiane di mantenere mutui un po’ più alti.

Di quanto?
Quasi un punto percentuale.

21 settembre 2007

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