Il fascino ambiguo dei talent per bambini in tv

Le polemiche per il caso della bimba scoppiata in lacrime dopo alcune critiche seguite ad una sua esibizione televisiva. Le responsabilità di emittenti e presentatori, ma anche degli spettatori di Elisa Manna

Questa settimana Il Corriere della Sera ha dedicato (meritoriamente) grande spazio al caso di Caterina ,11 anni, che, dopo aver cantato in diretta su Rai1 nel programma “Ti lascio una canzone”, è scoppiata in lacrime a seguito di alcune critiche tecniche rivoltele dalla giuria.

Il caso sta suscitando polemiche e dibattiti accesi in Rete: quanto è giusto far esibire bambini nei cosiddetti talent show, quanto è giusto sottoporli allo stress di vedersi criticati o bocciati davanti a una platea di milioni di telespettatori? I difensori dei talent (per esempio Clerici) fanno più o meno questo ragionamento: che c’è di male, nella vita si vince e si perde; altri (ad esempio Pupo) la sparano ancora più grossa dicendo che le lacrime sono “psicopedagogiche” (sì, dice proprio così, è incredibile).

Purtroppo il Comitato Media e Minori è in questo momento ancora “nel freezer”, perché non si riescono a rinnovare le cariche (parlarne richiederebbe un altro articolo), altrimenti certamente anche il Comitato avrebbe avuto il suo da fare sul caso. Vorrei però provare a fare una piccola operazione trasparenza sulla questione dei talent in cui si esibiscono i bambini.

C’è competizione e competizione, una cosa è la corsa dei sacchi e una cosa è la competizione nel canto, in cui vengono coinvolte capacità, emozioni, scommesse e sogni personali. I bambini e i preadolescenti – sembra che il mondo adulto non voglia riconoscerlo – hanno un loro mondo psichico, un immaginario, un’identità in formazione e può non essere opportuno sottoporli a gara in questo senso.

Mi si dirà: e a scuola? non sono in competizione? Sì, ma intanto non vince nessuno (in teoria se tutti studiano tutti hanno buoni voti) e poi si suppone che maestri e professori, nel chiuso dell’aula, avranno più sofisticati strumenti nel gestire la cosa rispetto a presentatori televisivi che pensano per lo più all’Auditel.

E arriviamo al terzo punto, l’Auditel, appunto: il problema vero è che questi programmi mandano in estasi mamme e nonne, che vi trovano rifugio dalle amarezze della vita guardando bei faccini di bimbi, ascoltando voci angeliche in un tripudio di romanticismo formato televisivo.

Non sono quindi solo i presentatori e le emittenti a non capire i bambini; purtroppo sono gli adulti in genere che, perfettamente egocentrati, vedono le cose solo dal loro punto di vista (“Mi piacciono tanto quegli angioletti che cantano”) e non dal punto di vista, appunto, ”degli angioletti”. Che certo anche loro vogliono esibirsi – non credo che nessuno li costringa -, ma che da questo si aspettano sorrisi e successo, e non giudizi freddi e distaccati. Anche questo è un problema: quanta irrealtà abbiamo lasciato che entrasse nella testa dei nostri figli?

27 settembre 2012

Potrebbe piacerti anche