Il Papa ai mafiosi: «Convertitevi, ve lo chiedo in ginocchio»

Il Pontefice nella chiesa di San Gregorio VII ha incontrato i familiari delle vittime delle mafie. Con lui don Luigi Ciotti, fondatore di Libera: «Per noi Francesco è un fratello, oltre che un padre» di Laura Badaracchi

Un imperativo pronunciato e ripetuto con tono accorato: «Convertitevi, ve lo chiedo in ginocchio». Papa Francesco ha rivolto un appello diretto «ai grandi assenti, agli uomini e alle donne mafiosi», presiedendo venerdì 21 marzo nella parrocchia di San Gregorio VII la Veglia di preghiera per i familiari delle vittime innocenti delle mafie. L’incontro si è svolto alla vigilia della XIX “Giornata della memoria e dell’impegno” in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promosso dall’associazione Libera, in programma a Latina sabato 22 marzo. In fondo alla chiesa i rappresentanti delle istituzioni, per lasciare i primi posti ai familiari delle vittime delle mafie. «Fermatevi di fare il male. Per favore, cambiate vita!», ha proseguito il Santo Padre, durante il suo discorso a braccio seguito alla proclamazione delle Beatitudini evangeliche, osservando: «Il potere, il denaro che avete adesso, tanti affari sporchi, tanti crimini mafiosi… Il potere sterminato non potrete portarlo nell’altra vita. Convertitevi, per non finire nell’inferno! È quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Avete avuto un padre e una madre, pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi. Preghiamo insieme la nostra mamma Maria, perché ci aiuti».

Ai familiari delle vittime delle mafie, il Pontefice ha voluto ribadire il suo «grazie per la vostra testimonianza. Voglio esprimere solidarietà a quanti fra voi hanno perso una persona cara a causa della violenza mafiosa. Grazie perché non vi siete chiusi, ma vi siete aperti, siete usciti per raccontare la vostra storia di dolore e di speranza: questo è importante, soprattutto per i giovani». E ha aggiunto: «Vorrei pregare per tutte le vittime delle mafie. Nello stesso tempo preghiamo insieme tutti quanti per chiedere la forza di andare avanti, di non scoraggiarsi, di continuare a lottare contro la corruzione. Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità che abbiamo vinca sulla corruzione». Occorre, secondo Bergoglio, nelle coscienze risuoni questo senso di responsabilità: è necessario «risanare i comportamenti, le relazioni, le scelte, il tessuto sociale. Così la giustizia guadagna spazio, si allarga, si radica e prende il posto dell’iniquità. So che voi sentite forte questa speranza e voglio condividerla con voi. È un cammino che richiede tenacia e perseveranza».

«Pensavamo di incontrare un padre, abbiamo incontrato anche un fratello, fratello Francesco», ha esordito don Luigi Ciotti salutando il Pontefice, seduto accanto a lui sul presbiterio, aggiungendo: «Grazie per averci accolto: è un momento che abbiamo atteso e desiderato tanto. Le persone qui presenti hanno storie diverse ma accomunate da un desiderio di verità e giustizia. Sono solo una rappresentanza, perché sono tantissime le vittime di mafia». Un elenco di oltre 900 nomi, fra i quali anche quelli di circa 90 bambini. Vittime che «si sono trovate casualmente in un conflitto a fuoco», e poi il presidente di Libera ha voluto ricordare anche chi è caduto a causa del terrorismo, del lavoro, della tratta, delle migrazioni, oltre alle «persone colpite da tumori in territori avvelenati dai rifiuti tossici». Non solo: «Le vittime sono anche i morti vivi: quante persone uccise dentro, ricattate, impaurite, svuotate. Le mafie assassinano la speranza, speranze soffocate che oggi vogliamo condividere».

Inoltre don Ciotti ha voluto evidenziare l’impegno ecclesiale nel contrasto al crimine organizzato, a partire dalle denunce di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi e all’esortazione pronunciata a Palermo da Benedetto XVI, chiedendo di non cedere «alle suggestioni della mafia, strada di morte». Per il presidente di Libera «è una Chiesa che interferisce, che fa una denuncia seria e un annuncio di salvezza a costo della vita». Ne sono esempi tangibili e testimonianze luminose il beato don Pino Puglisi, ucciso il 15 settembre ’93, e don Peppe Diana, ammazzato esattamente vent’anni fa: i fratelli di entrambi erano in chiesa a commemorarli. Infine don Luigi ha denunciato: «Il 70% delle vittime di mafia non conosce la verità o la conosce solo in parte. Ma il problema delle mafie non è solo criminale, pure sociale e culturale». Ancora, rivolgendosi a Papa Bergoglio, ha concluso: «Ci ripeti che non si può essere cristiani da salotto. Grazie di essere venuto, dici sempre di pregare per te, e ti chiediamo anche di pregare per noi».

Poi nella chiesa gremita, tra applausi ripetuti e scroscianti, la proclamazione dei nomi delle 900 vittime delle mafie; a leggere una parte del lunghissimo e doloroso elenco, anche Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno dei tre membri della scorta del giudice Giovanni Falcone. Ha deciso di partecipare e ha ringraziato il Signore per la presenza del Papa. Fra i partecipanti, anche Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso. E un segno forte ha concluso il momento di preghiera: la benedizione impartita dal Santo Padre indossando la stola di don Peppe Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994.

24 marzo 2014

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