“Il riccio” e la riscoperta di emozioni e sentimenti

Nelle sale il film tratto dal romanzo di Muriel Barbery, quasi un milione di copie vendute in Francia. La regia della giovane Mona Acache di Massimo Giraldi

È nelle sale un film che rinnova un confronto legato al cinema fin dalla sua nascita, quello tra letteratura e grande schermo. Quando si traduce un romanzo in immagini, se il romanzo è di successo e l’autore è vivente, qualche polemica è inevitabile, in parte sincera in parte strumentale per alzare il livello di attenzione. Succede così anche per “Il riccio”, tratto da “L’eleganza del riccio”, quasi un milione di copie vendute in Francia, 300mila in Italia. La scrittrice Muriel Barbery ha protestato per l’assenza, nella versione italiana, della dicitura «liberamente tratto».

Nel copione vediamo due donne, la dodicenne Paloma, con intenzioni suicide ma dedita a girare per casa con una invadente telecamera, e la 55enne Renée, portiera dell’elegante condominio parigino in cui tutto avviene, donna sfiorita e solitaria tuttavia dedita a coltivare arte e filosofia. L’arrivo del giapponese Ozu, elegante e gentile, rimette in discussione ruoli e posizioni. Fino ad un finale amaro e struggente.

Il libro, si obietta, aveva altri percorsi e chi lo ha letto deciderà sull’opportunità dei cambiamenti. Il film, diretto con incisività narrativa dalla giovane Mona Acache, ha forza di suggestione e solidità di contenuti. Vi si parla della bellezza dell’arte, della necessità di parlare, capire, avere fiducia nell’altro. La (ri)scoperta delle emozioni e dei sentimenti diventa centrale per vivere la pienezza di ogni giorno.

11 gennaio 2010

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