Il rischio segreto delle emergenze

di Elisa Manna

Nelle situazioni d’emergenza non c’è tempo per fare filosofia: bisogna turare le falle della barca che affonda, farlo magari anche male, ma, come si dice, salvare il salvabile. Non è certo il momento di tracciare nuove rotte sulla mappa o di pensare ad esplorare nuovi e più limpidi mari.

E questo è il guaio: di emergenza in emergenza ci si concentra su dove prendere la stoppa (il denaro) per turare le falle, un po’ di qua, un po’ di là. Lo sguardo è concentrato in basso, nessuno alza gli occhi all’orizzonte, e come si potrebbe?

E così si prepara, senza rendersene conto, la prossima crisi emergenziale che verrà tra una decina d’anni, o giù di lì. Perché se non c’è un ripensamento serio sul modello di sviluppo, sui valori che lo fondano, sulle priorità che afferma, siamo destinati a inanellare crisi su crisi perché l’ingordigia egoista continuerà ad affossare ogni forma di giustizia sociale, e questo non può far decollare nessun Paese.

Le società occidentali, la nostra più di altre per una serie complessa di fattori che non starò qui a richiamare, si reggono da tempo sull’egoismo, sull’edonismo di quart’ordine, sul piacere-consumo, sugli status symbol griffati, su un modo di intendere i rapporti umani fatto di prevaricazione e strumentalizzazione, per non parlare della tristissima modalità di rapportarsi alle donne, ridotte a merce anch’esse. E le televisioni hanno avuto il loro ruolo in tutto ciò.

Questa incultura, questa inciviltà ha influenzato e rafforzato preesistenti strutture antropologiche della nostra Italia: le “velone”, gli abietti show dei record con l’ostentazione di freak, il triste e meccanico dimenarsi di belle figliole come baccanti senza freni, il “cupio dissolvi” della morbosa ondata di cronaca nera hanno sporcato, deviato, umiliato.

Certo, le basi non dovevano essere un gran che: ma il grande scandalo che impudicamente è stato dato in questi anni è riuscito ad ipnotizzare, addormentare le coscienze o a indurre aristocratici ritiri sull’Aventino. Poche voci nel deserto, alcune altissime come nel caso del Pontefice, hanno continuato a denunciare il degrado. Oggi sembra che ci si stia svegliando: ma, purtroppo, ci siamo svegliati tardi e chissà se abbiamo ancora tempo.

Perciò, turate le falle, riprendiamo a guardare l’orizzonte, a pensare a grandi riforme, prime fra tutte quelle che possono aiutarci a riprenderci sul piano della cultura, della civiltà, dell’istruzione. Una barca senza rotta può turare le falle, ma non va da nessuna parte.

7 settembre 2011

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