Il sacerdote, uomo della gioia e della speranza

di Luciano Pascucci

La gioia per un cristiano è un dovere. Come dire: un cristiano non può non essere contento. Capisco san Paolo che invita con forza i cristiani di Filippi alla gioia: «Rallegratevi nel Signore, sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino» (Fil 4,4).

Per noi è più facile ed è più naturale angustiarsi, essere tristi e pessimisti per le tante cose che ci succedono nella vita. Ma per il cristiano la gioia è un dovere e quindi, in un certo senso, se la deve imporre. Del resto, per lui sono di gran lunga superiori le ragioni per essere contento che quelle per essere triste.

Innanzitutto perché Cristo è risorto e ha vinto la morte, che è il nemico più grande dell’uomo. Un giorno anche noi risorgeremo e questa bella notizia non può che riempirci il cuore di grande gioia. Inoltre, perché il Signore ci sta vicino in ogni situazione e la sua presenza ci colma di gioia.

Su questo punto, come su altri, il cristianesimo mi convince in maniera decisiva. Infatti non mi promette una gioia illusoria, portandomi fuori dalla vita reale di questo mondo, fatta di sofferenza, di malattia, di morte, di fatica, come fanno altre spiritualità e altre religioni. Il cristianesimo mi parla apertamente di sofferenza, di morte, di croce… e mi dice che nel mezzo di queste realtà è possibile che io sia contento e viva nella pace, perché il Signore Gesù, che ha condiviso la mia stessa vita, e quindi anche la sofferenza e la croce, ha riempito di amore e di senso tutte queste realtà che, umanamente parlando, sono solo negative.

Ma se la gioia è una dimensione costitutiva nella vita di ogni cristiano, tanto più lo è per noi sacerdoti. La parole del salmo: «Verrò all’altare di Dio, al Dio che allieta la mia giovinezza!» (Sal 42, 4) sono, per noi, tutto un programma!

La sorgente della gioia di un sacerdote è fare di tutta la sua vita un dono totale d’amore a Dio e ai fratelli. Qui sta anche tutto il nostro celibato! Il nostro corpo fisico è consacrato già dal battesimo a Cristo, ma il ministero e l’ordinazione ci hanno configurati alla persona di Cristo in maniera ancora più forte, tanto che noi agiamo, come si dice, in persona Christi. Il nostro corpo è veramente oramai nascosto con Cristo in Dio. Nessuno meglio del sacerdote può dire queste parole dell’Apostolo Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».

La nostra corporeità è sacrificata con quella di Cristo, perché noi ci siamo configurati a Cristo crocifisso. Questa promessa l’abbiamo fatta proprio il giorno della nostra ordinazione sacerdotale. Il vescovo ci ha chiesto: «Volete unirvi intimamente al Signore Gesù, modello del nostro sacerdozio, rinunziando a voi stessi e confermando i sacri impegni che, spinti dall’amore di Cristo, avete assunto liberamente verso la sua Chiesa?» E noi abbiamo risposto: «Sì, con la grazia di Dio, lo voglio!». Questa è una cosa meravigliosa! Il mio corpo non è più mio. Il nostro corpo non è più nostro. È come se fosse con Cristo sulla croce perennemente donato. Di questo la nostra corporeità non ne soffre, ma ne gioisce nella misura in cui ama come Cristo ama. Se non amiamo così, noi ci intristiamo. Potremmo dire che nel prete c’è come una sorta di istinto a donarsi.

Se vediamo un prete triste, state tranquilli, è perché quel prete ha problemi di donazione; si rende conto di aver mortificato la sua capacità di amare e ne soffre istintivamente, perché è proprio della verginità la gioia di amare. I preti non sono alla stregua di “zitelli” che non amano nessuno, che stanno bene da soli, chiusi dentro la loro camera! Ma al contrario, proprio perché amano tutti, i preti “sanno morire”, sanno perdere la propria vita appresso a tanta gente, a volte anche insopportabile. La gioia per un prete è direttamente proporzionale alla sua capacità di donarsi. Più un prete si dona, più è contento! «Si prova più gioia nel dare che nel ricevere!»(At 20,35).

Infatti, l’unico ostacolo alla gioia non è la sofferenza, ma l’egoismo, l’ambizione, l’invidia, cioè il peccato. La colpa è come il debito, logora e intristisce anche se la dimentichiamo.

Non c’è niente di più gratificante per noi sacerdoti che arrivare la sera tardi, stanchi morti, dopo una giornata piena, fatta di mille cose e poter dire: siamo stati in persona Christi tante ore! Il Signore ci regala un po’ di quell’amore che lui ha e ce lo fa anche sentire. Dunque, questo legame che noi sacerdoti abbiamo con Cristo si invera con l’Eucaristia.

Noi ci uniamo realmente a quel corpo di Cristo. Per questo non possiamo staccarci mai dall’Eucaristia. Presbiterato ed Eucaristia vanno necessariamente insieme. Noi non siamo stati ordinati per “dire Messa”, ma per essere con l’Eucaristia una sola cosa, per “essere Eucaristia”. Questo legame inscindibile è un legame fisico vero e proprio, perché quando celebriamo, noi diciamo: «Questo è il mio corpo!». Non siamo degli attori, ma siamo in persona Christi; non facciamo le parti di un altro, ma facciamo la nostra parte; siamo noi quelli che nel mistero del sacramento ricevuto viviamo da “contemporanei” al mistero di Cristo.

Il sacrificio di Cristo è unico, non si ripete durante la Messa, ma noi diventiamo contemporanei di quel sacrificio. Ritorniamo a essere, improvvisamente, nell’unico sacrificio di Cristo; così come il nostro presbiterato in quel momento entra nell’unico sacerdozio di Cristo. Lui sta al centro e noi siamo tutti uniti a lui.

Colui che è stato santificato dal sacrificio di Cristo è anche custodito da quel sacrificio. Infatti, finché un presbitero rimane attaccato a Cristo, non può peccare! Noi offriamo a Dio questo nostro corpo così com’è, con la sua debolezza, con la sua fragilità, ma glielo offriamo, perché questo è lo strumento che il Signore ci ha dato per amare. Il resto non interessa a Dio, ma a lui questo sta a cuore, perché è un gesto di amore vero.

Quando noi amiamo una persona, non gli diciamo: senti, io ti amo per i tuoi soldi, per il tuo successo, ma diciamo: io amo te! Così fa Dio con noi. Dio vuole noi, non le nostre cose, le nostre opere; Dio ama noi e vuole che noi offriamo noi stessi a lui. Il celibato che la Chiesa ci chiede non è il farci rinunciare a una cosa, ma è una donazione anche “fisica” a Cristo.

Naturalmente, se anche la Chiesa è il “Corpo di Cristo”, noi sacerdoti siamo contenti, quando siamo ben inseriti nel nostro presbiterio, curando molto la fraternità sacerdotale e quando viviamo un rapporto di vera comunione con la comunità cristiana.

«Questa è veramente una delle sfide più grandi del nostro tempo. Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza (deve essere un prete contento). Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini, tutti gli uomini» (Benedetto XVI).

22 dicembre 2009

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