La Deposizione: il realismo svela la grandezza dell’anima
di Marco Frisina
Il grande quadro della Deposizione di Caravaggio è uno di quei capolavori senza tempo che ci abbagliano per la loro profondità e semplicità. Colpisce il suo realismo, che definirei spirituale. Tipico del Merisi. Il Cristo sta per essere adagiato amorevolmente sulla Pietra dell’Unzione dove verrà preparato per la sepoltura con unguenti preziosi; è la stessa pietra con cui verrà chiuso il sepolcro e che sarà rotolata via nel mattino della Risurrezione. Il quadro era destinato alla chiesa di Santa Maria in Vallicella ma fu trasferito a Parigi da Napoleone tra le tante opere sottratte come bottino di conquista; solo nel 1816 ritornò a Roma e ora è conservato nella Pinacoteca Vaticana. Tra le molte cose che colpiscono nell’interpretazione di Caravaggio, ci sono le espressioni diversificate del dolore: il silenzio raccolto di Maria, la disperazione di Maddalena, le braccia drammaticamente alzate di Maria di Cleofa, l’affetto di Giovanni e lo sguardo interrogativo e severo di Nicodemo che interpella lo spettatore. Cristo è dolcemente abbandonato, come un eroe assopito dopo una dura battaglia, il braccio destro disteso verso terra sembra ancora pulsante di vita, pronto di nuovo a benedire e a guarire il mondo. Come è solito nelle opere di Caravaggio, il dolore diviene epico e solenne, il realismo non è mai banale e superficiale ma svela la grandezza dell’anima che si nasconde dietro un’apparenza misera e umile e fa intravedere, attraverso le tenebre, la luce nascosta.
22 marzo 2009