La dimensione “umana” della maternità
Il professore Alessandro Caruso, del Gemelli: «Il ruolo dell’ostetrica per un maggior comfort psicologico della donna» di Federica Cifelli
“Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post partum” di Federica Cifelli
La maternità da difendere, difendendo il diritto alla vita di ogni bimbo concepito. Ma anche la maternità da contemplare, nel volto di tante donne che «sentono il proprio figlio come una persona che è “altro” da sé, e come tale va rispettata e amata». Ne è convinto, il professore Alessandro Caruso, direttore dell’Istituto di Clinica ostetricia e ginecologica del Policlinico Gemelli: «La vita è un susseguirsi di eventi. Il parto è un evento naturale. La maternità è sicuramente centrale per la vita della donna, per l’intera umanità, se vogliamo, ma resta comunque un elemento fortemente naturale». E proprio per questo fortemente umano.
Lo spiega commentando con la sua esperienza di medico il documento presentato il 20 gennaio scorso dal Comitato nazionale di bioetica intitolato proprio “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post partum”. «Certo – aggiunge – oggi molte cose sono cambiate: le esperienze di maternità sono poche, spesso rinviate nel tempo, senza un contesto familiare accogliente, come si legge anche nel documento. Questo però è un fenomeno antropologico. Le donne “normali” per fortuna vivono la maternità bene. In realtà siamo noi medici che abbiamo creato una ipermedicalizzazione della gravidanza sperando di produrre meno ansie. Il risultato che abbiamo ottenuto però è esattamente il contrario». Se da una parte infatti l’ospedalizzazione del parto iniziata a cavallo fra gli anni ’60 e i ’70 ha dato sicurezza all’evento nascita, d’altra parte «è innegabile che questo è avvenuto con un costo psicologico e familiare alto».
Alla donna che partorisce oggi viene a mancare, secondo il professore, quella protezione che le era offerta in casa dal sistema familiare e dall’ostetrica. «Non vuol dire – sottolinea – che bisogna tornare indietro al parto domestico, rinunciando a tante importantissime conquista in termini di sicurezza, per la madre e per il bambino. Solo bisogna recuperare una dimensione più umana possibile intorno a questi eventi». Valorizzando il ruolo dell’ostetrica, una figura professionale che a partire dagli anni ’70 ha assunto un ruolo «gregario», vedendo svilire nel contempo anche il suo ruolo sociale di «donna colta, esperta, con cui poter parlare in qualsiasi momento».
Sta qui, per Caruso, una delle strade per offrire alla donna in gravidanza «il maggior comfort psicologico» possibile. «Quella rete di sostegno socio-sanitaria, con profili di intervento diversi e complementari, di cui parlano gli esperti del Comitato di bioetica la riserverei ai casi di maternità difficili o rischio: mamme sole, con diagnosi difficili per i loro bambini o in situazioni economiche critiche. Lì sì che c’è bisogno di uno sforzo di assistenza in più». E lì trova spazio tutto l’impegno dei cattolici nella lotta «contro il disimpegno, l’abbandono e l’ignoranza». Non ci vorrebbe tanto, osserva il professore: «Basterebbe creare dei centri di intervento sull’emergenza gravidanza». Negli altri casi, «fra i controlli, le perdite di sangue, le prime privazioni del sonno, il neonato che non si attacca al seno, il marito che può starle vicino solo un paio d’ore al giorno, mi sembra che non ci sia da meravigliarsi se la donna si avvilisce un po’».
9 febbraio 2006