La lunga notte del moderno Cireneo
La raccolta di poesie di Achille Abramo Saporiti: versi che non spiegano ma aprono universi di senso di Marco Testi
Achille Abramo Saporiti è uno dei pochissimi rappresentanti della poesia religiosa in Italia: i suoi versi, fin dal 1986, rendono testimonianza di una resistenza pervicace agli idoli del tempo, ma non con una opposizione ideologica e polemica. La sua lirica emerge limpidamente da se stessa. Il suo nuovo libro poetico, “La notte del Cireneo”, è ancora una volta specchio di questa fedeltà assoluta alla libertà della parola, che non avendo potere materiale può tranquillamente essere detta senza timori reverenziali.
“La notte del Cireneo” è la lunga notte di una umanità che ancora una volta (ma non lo si dice di tutte le generazioni?) sembra aver perso la stella polare e rischia di affogare nella deriva. Ma attenzione: questa è poesia al di là del fatto di essere religiosa, in grado cioè di essere autosufficiente e non manifesto di fede. La religiosità che emerge da queste ultime prove poetiche non è quella rassicurante dei santini, ma quella rappresa e scavata della sofferenza e della ricerca della verità dietro le apparenze dei fariseismi di facciata. È una poesia avvitata su domande angosciose eppure portatrici di speranza. Quando il Cireneo-uomo d’oggi parla del Cristo è costretto infatti ad affermare che «Mai da un dottore della legge/ mi venne così limpida favilla!».
La forza di questa poesia sta proprio nel fatto che non spiega nulla, ma apre universi interi di senso attraverso la proposizione della figura dell’umiliato e dell’offeso. Saporiti sembra fermarsi sulla soglia del sepolcro un attimo prima dell’evento che ha cambiato la vita di milioni di uomini di tutti i tempi: la sua parola sembra scivolare e appoggiarsi su quella porta, partecipando dell’abisso e dell’oscurità in cui per una frazione di eternità anche un dio è stato scaraventato. «Ma poteva dirsi re/ chi non aveva/ dove posare il capo/ tomba o caverna in cui giacere?».
Il fatto è che Saporiti, senza neanche volerlo, aggredisce una rilevante parte della lirica, non solo attuale, che ha messo e mette al suo centro il desiderio. Sia chiaro: non è che questa poesia si ponga asceticamente come accusatrice degli umani affetti, ma leggendo questo libro si avverte che il messaggio di fondo è che la fissazione sulla propria persona e sulla volontà di piacere è uno dei fondamenti della grande crisi contemporanea. «Dove guadagno il pane/ mangio per tacitar la fame,/ e non per desiderio» è la risposta, per niente programmatica, e neanche polemica, si direbbe, del poeta al drago che impedisce all’uomo di guardare fuori di sé.
Queste liriche segnano un punto di alto profilo nell’ambito dell’attuale panorama poetico italiano, proprio perché affrontano senza timori reverenziali non solo gli ostacoli esterni al progetto divino, ma anche quelli interni: «Mi manca un Dio/ che il mondo non consegni all’arbitrio/ dei potenti o al distacco/ dei dottori del tempio».
“La notte del Cireneo”, Achille Abramo Saporiti, Interlinea, 82 pagine, 12 euro
23 marzo 2009