La morte corre sul fiume

Riproposto da Adelphi il romanzo di Davis Grubb: due bambini, più forti degli adulti, protagonisti della favola gotica di Andrea Monda

Nel 1955 uscì a Hollywood un film destinato ben presto a diventare un cult-movie: “La morte corre sul fiume”, diretto da Charles Laughton, “improvvisatosi” regista per la prima e l’ultima volta, ma con una maestria tale da lasciare il segno anche a distanza di oltre mezzo secolo. Memorabili interpreti, oltre alla splendida fotografia in bianco e nero, lo hanno infatti reso immortale. A ispirarlo un romanzo straordinario che dopo 15 anni (la vecchia edizione Anabasis era del 1993) riappare ora nel mercato editoriale italiano in una nuova elegante edizione Adelphi e soprattutto con la bella traduzione di Giuseppina Oneto. “La morte corre sul fiume” è infatti innanzitutto un romanzo, il romanzo più famoso dello scrittore nativo dell’Ohio Davis Grubb, scomparso nel 1980.

Come definire questa inquietante lettura? Un dramma gotico? Una favola noir? Una lunga e cupa ballata? Un po’ di tutto questo ritroviamo nel film di Laughton che, se oggi fosse oggetto di un remake, dovrebbe essere affidato alle poetiche mani di Tim Burton. Si tratta innanzitutto di una favola, con il tono da filastrocca infantile, e tante sono le filastrocche che intervengono nel testo che racconta le disavventure di due bambini: John e Pearl. Da un certo punto di vista la loro è una vera Odissea, ma al contrario: non un viaggio verso la patria e il padre, ma una fuga dal padre-patrigno. John e Pearl infatti sono figli di un condannato a morte che prima di morire si lascia sfuggire la notizia di aver nascosto in casa, da qualche parte, il bottino di una rapina in banca. Appresa la notizia, il suo compagno di cella Harry Powell, un folle predicatore maniaco e perverso, irrompe nella casa dei due bambini e comincia subito a corteggiare la giovane vedova madre dei due bambini protagonisti.

Powell è una delle più grandi figure di “cattivi” della letteratura del ’900, Grubb lo disegna come un “mostro” gelido e senza cuore, un’incarnazione del Male assoluto che ovviamente si presente come «lupo travestito da agnello» – la Bibbia è il testo che si legge in controluce in ogni pagina del romanzo -. Sposata, ma poi eliminata spietatamente l’ingenua vedova, il “lupo Powell” se la dovrà vedere con i piccoli John e Pearl ma, ed è questa la principale morale della favola, i bambini sono più forti e resistenti degli adulti. Si tratta quindi di un romanzo sui generis che può trovare un vago corrispettivo forse nei racconti di Flannery O’Connor, che hanno come scenario gli stessi paesaggi naturali e umani, il mondo della «Bible Belt» degli stati del Sud degli Stati Uniti, ricchi di esuberante, a tratti inquietante, spiritualità. Anche nel romanzo di Grubb si può infatti osservare come «la Grazia operi nei territori del diavolo», che è per la O’Connor il principale argomento e scopo della letteratura, della buona letteratura.

“La morte corre sul fiume”, Davis Grubb, Adelphi, pagg. 259, 18 euro

6 gennaio 2008

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