La responsabilità raccontata da Muccino
In “Quello che so sull’amore” viene indagato l’ingresso di un uomo in fuga nell’età adulta. Una storia che è «un invito a non perdere di vista i valori che contano» di Massimo Giraldi
È in sala “Quello che so sull’amore” , il nuovo film di Gabriele Muccino. La storia parte dall’ex campione di calcio scozzese, George Dryer, il quale negli anni del successo, ancora troppo immaturo, ha tradito la moglie Stacie, di cui pure era innamorato, e ha finito per perdere sia lei che il figlio Lewis di 6 anni.
Dopo il divorzio e una breve permanenza in Canada, George è tornato a vivere in provincia per stare vicino al figlio e cercare un lavoro come commentatore sportivo. Mentre Stacie è in procinto di risposarsi, George comincia ad accompagnare Lewis agli allenamenti della squadra di calcio e qui, vista l’impreparazione del coach, decide di prenderne il posto. Ottiene subito grande consenso da parte dei piccoli allievi, e anche le mamme di alcuni di loro lo avvicinano per conoscerlo meglio. Provano tutte ad avviare con l’uomo storie sentimentali, alle quali George oppone netti e decisi rifiuti.
Il suo obiettivo resta infatti la riconquista di Stacie e il ritorno a una vita in comune con lei e Lewis. Non diremo in modo esplicito come va a finire, essendo sufficiente precisare che sulla fuga dalle responsabilità e sull’inseguimento delle proprie ambizioni prevale la scelta forte di entrare in quella «zona indefinibile che chiamiamo l’età adulta» con rinunce, e occhio rivolto alla ricomposizione del nucleo familiare. Cominciata nel 2006 con “La ricerca della felicità” e proseguita con “Sette anime” (2009), la carriera americana di Gabriele Muccino affronta la prima prova senza il supporto di Will Smith, protagonista nei film precedenti e nome di garanzia per gli studios hollywoodiani.
Modificato nel finale per intervento dei produttori (Muccino aveva scelto diversamente e ha dovuto girare di nuovo), il copione si muove con grazia e gentilezza lungo quella strada che parte da situazioni difficili e tristi, attraversa sbalzi emotivi tra delusioni e speranze, corre spedito verso una conclusione ricca di affetti riconquistati. Alle prese con snodi narrativi spiccatamente americani (unico elemento estraneo: il calcio, presenza anomala per il pubblico Usa), il regista italiano prova a fare il Frank Capra del terzo millennio (per la serie: ci sono tante difficoltà ma la vita è meravigliosa) e bisogna dire che, fatte le debite proporzioni, l’obiettivo è raggiunto.
Punteggiata infatti da lacrime, commozione, accenti da melodramma, la storia è tuttavia bella, semplice, costruttiva: forse poco realistica ma coerente se recepita come favola e invito a non perdere di vista i valori che contano. È la faccia pulita dell’ “american way of life”, indirizzata a un pubblico ampio e internazionale.
14 gennaio 2013