La riscoperta della città «come opera d’arte»

Marco Romano affronta il discorso urbanistico della desolazione metropolitana, in stretto contatto con il sentimento di appartenenza alla comunità di Marco Testi

Merito indiscutibile di questo recente contributo di Marco Romano, “La città come opera d’arte”, è lo sforzo di passare sopra due veri e propri mostri della elaborazione culturale degli ultimi anni: da una parte l’arte per l’arte, dall’altra la funzionalità pura e bruta. Romano, che ha insegnato Estetica delle Città in diverse università italiane, affronta infatti il discorso urbanistico della desolazione metropolitana ricostruendo un passato di civiltà in cui lavoro e estetica si univano riconoscendo soprattutto un principio fondamentale, e cioè che, una volta acquisito il diritto di abitare, la persona diventava cives, e dunque degno di un posto nell’articolazione urbana.

Oggi, dice l’autore, questi percorsi di dignità e di dipendenza reciproca, al di là delle differenze di rendita, sembrano essersi perduti soprattutto negli ultimi cinquant’anni, quando le avanguardie e la costruzione disarticolata delle periferie hanno creato una sorta di ritratto simbolico della dispersione della città, dove pochi si sentono davvero cittadini. Chiesa, palazzo dei consoli, abitazioni dei mercanti, anche quelle della gente meno ricca avevano un loro dignitoso posto all’interno dell’organismo comunitario. La città allora era «dominata dall’ordine simbolico dove a ogni cosa visibile veniva sempre attribuito un significato, l’accostamento del palazzo alla piazza era immediatamente percepibile come il simbolo dello stretto legame tra la sfera politica della civitas e la sfera materiale dell’urbis». Sacro, profano, simbolico e materiale si sono sempre mescolati, scrive Romano, all’interno della città, che ha conosciuto la sua grande stagione con la rinascita dell’XI secolo, inscrivendo così l’incipit di un modello che sarebbe arrivato fino a noi se appunto sperimentazioni fini a se stesse non avessero intaccato questo straordinario equilibrio tra democrazia, lavoro, spirito.

Ma grazie alla persistenza della millenaria tradizione democratica, conclude Romano, l’Europa si è salvata dalla barbarie totalitaria e ha saputo ricominciare. Una tradizione straordinaria, in cui la città non era, come in Oriente, omaggio alla dinastia regnante, ma unione di persone che si riconoscevano come membri diversi di un organismo che non avesse solo una finalità materiale, ma un senso, un’eguaglianza nella diversità, una sua intrinseca bellezza, che non è solo aggiunta estetica. Il tentativo di rappresentare la dignità di appartenenza da parte di tutti, una rappresentazione che era essa stessa parte integrante dell’azione civile, la sosteneva e non ne era una appendice meramente estetica. Si coglie una sorta di nostalgia costruttiva, in questo lavoro, ma il rimpianto sulla bellezza perduta è anch’esso retaggio dell’Occidente: solo che accanto a questo richiamo all’antico è comparsa, come nell’Inghilterra vittoriana della rivoluzione industriale, un’altra forma di richiamo alla nobiltà del lavoro e della vita comune.

“La città come opera d’arte”, Marco Romano, Einaudi, 114 pagine, 9 euro

29 dicembre 2008

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