L’Anno della fede, risposta all’ateismo «pratico»
In un incontro a San Tommaso Moro l’arcivescovo Rino Fisichella ha tracciato un primo bilancio di questo tempo privilegiato voluto per «restituire ossigeno all’uomo». Ai giovani l’invito a «credere, amare e sperare» di Lorena Leonardi
«C’è la brace ma non c’è più la fiamma viva». Monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, spiega così le ragioni che hanno spinto Benedetto XVI a indire, nel 50° anniversario del Concilio Vaticano II, un anno che in tutta la Chiesa fosse dedicato alla fede. Anno che, iniziato l’11 ottobre del 2013, si concluderà il 24 novembre prossimo, ed è stato al centro, venerdì 25 ottobre nella parrocchia di San Tommaso Moro, di una riflessione dell’arcivescovo.
«La Chiesa – ha detto – sta vivendo, senza retorica, una profonda crisi di fede, collegata a quella antropologica, che si estende perché là dove si pone Dio in un angolo l’uomo non riesce più a ritrovare sé stesso. L’uomo di oggi è in crisi perché ha abbandonato Dio e non percepisce la sua assenza come una mancanza nella propria vita». Dall’ateismo teorico dei secoli scorsi siamo approdati, secondo monsignor Fisichella, a quello «pratico: i grandi sistemi di ateismo venivano instaurati, ma nell’identità degli uomini permaneva il senso religioso. Oggi, invece, si verificano forme di comportamento che emarginano Dio in forza di un’acquisita presunta indipendenza». Alla luce di tutto questo occorre, ha proseguito, «restituire ossigeno all’uomo, almeno per dargli orientamento: abbiamo la responsabilità di riportare al centro Dio. Questo è stato l’Anno della fede».
Anno il cui bilancio è «estremamente positivo. Nel mondo intero la Chiesa ha vissuto un momento di grande unità. Annunciata, celebrata e vissuta, come aveva scritto Benedetto nella Porta Fidei, dimostrando che là dove si mettono in moto meccanismi unitari, la Chiesa cammina». Nel corso di quest’anno di «primato della grazia», a Roma, secondo stime per difetto, sono affluiti 7 milioni e mezzo di pellegrini, e, ha aggiunto, «abbiamo avuto la possibilità di verificare che in tanti posti del mondo è ancora forte il desiderio di esprimere la fede». Se l’obiettivo, dunque, è «dare voce a quella nostalgia di Dio che è in ogni caso presente nel cuore di ciascuna persona, chi – ha chiesto l’arcivescovo – è in grado di presentare agli altri il suo volto?». Per il presule, si tratta di un compito che riguarda tutti i cristiani, i quali «devono dare ragione della loro fede» ed essere «capaci di rispondere alla domanda: perché tu credi? Se non c’è scelta non vi è alcuna identità».
Mentre nei testi sacri leggiamo di cristiani, anche pochi, immediatamente riconoscibili per il loro stile di vita, noi, ha evidenziato monsignor Fisichella, «siamo un miliardo e 200 milioni di persone e non se ne accorge nessuno». Tra le ragioni di questa “invisibilità”, secondo l’arcivescovo, «l’interruzione della trasmissione della fede» a cominciare dal nucleo familiare, e la creazione una dimensione “privata” che non si addice alla fede: «La Chiesa non tocca solo il privato, incide nelle relazioni, è capacità di costruire con gli altri». Di qui la necessità di «recuperare il rapporto con la vita personale, nutrirsi dal punto di vista sacramentale» e, soprattutto, «essere testimoni della carità». Le situazione di crisi della fede, ha sottolineato, «vanno bilanciate con la spinta genuina che ancora porta uomini, donne e ragazzi ad annunciare il Vangelo. L’abbiamo toccato con mano: ci sono ancora i martiri, c’è ancora chi dà testimonianza suprema, fino al dono della propria vita». L’invito a «credere, amare e sperare» è stato rivolto in conclusione da monsignor Fisichella ai giovani, numerosi in sala ma anche in un quartiere, quello in cui sorge la chiesa di San Tommaso Moro, tra San Lorenzo e La Sapienza, dove, come ha sottolineato il parroco don Andrea Celli, «la richiesta di senso è forte».
28 ottobre 2013