Lutto prenatale, Ciao Lapo sostiene i genitori

Arriva a Roma la prima associazione che assiste le famiglie nell’elaborazione della perdita di un bimbo prima della nascita. Auto-aiuto e ricerca scientifica. Una petizione per la sepoltura di Emanuela Micucci

È una realtà di cui spesso si preferisce non parlare, quella dei bambini morti in utero o appena nati. Duemila bimbi persi ogni anno in Italia tra la trentaseiesima settimana di gravidanza fino a un mese dopo la nascita. Una gravidanza su 5 si conclude con il decesso naturale del figlio. Per assistere i 500mila genitori colpiti annualmente da questo lutto, aiutarli ad affrontare il dolore e a far valere i loro diritti sta iniziando la sua attività a Roma Ciao Lapo Onlus, la prima associazione italiana che si occupa del lutto prenatale (www.ciaolapo.it).

L’hanno fondata nel 2006 a Prato due genitori, Claudia Ravaldi e Alfredo Vannoni, entrambi medici, a seguito della morte endouterina del loro secondo figlio, Lapo, due settimane prima del parto. «Le parole che mi disse il dottore, “Mi dispiace non c’è battito”, ancora mi risuonano in testa per l’abisso in cui hanno gettato me e mio marito», ricorda Claudia, presidente dell’associazione. «Molte mamme romane ci hanno contattato per raccontare la propria esperienza», spiega Marianna Montelucci, delegata del Lazio per Ciao Lapo. Così l’associazione sta lavorando all’inaugurazione della sede a Roma.

Due i fronti di intervento, orientati soprattutto sul concetto di “auto-aiuto”: il sostegno psicologico ai familiari in lutto e la ricerca scientifica sulla morte perinatale. Terapia d’urto e accoglienza dei genitori da una parte, collaborazione con i medici per coinvolgere nel progetto ostetriche, ginecologici e psicoterapeuti dall’altra. Inoltre, formazione di personale ospedaliero in grado di fornire supporto ai genitori. «Ecco perché è importante che Ciao Lapo cresca coinvolgendo strutture ospedaliere di tutta Italia», sottolinea Claudia. A Roma la prima iniziativa ha interessato proprio un ospedale, il Villa San Pietro sulla Cassia, attraverso un corso di formazione del personale. Mentre uno spettacolo al Teatro Santa Chiara ha permesso di raccolto fondi. Infine, a Villa Pamphilj si è svolto un raduno nazionale di mamme con il simbolico lancio di palloncini e l’esposizione della “Coperta della memoria”, realizzata dai genitori per ricordare i figli non nati.

La difficoltà maggiore è informare dell’esistenza di questo problema, promuovendo una cultura della prevenzione. «Non è alta come ci si aspetterebbe – insiste Claudia –. Si sa abbastanza delle gravidanze successive alla perdita, ma nel 40-50% dei casi non si riesce a sapere nulla di quando la morte in utero potrebbe verificarsi per la prima volta». Di qui l’impegno di Ciao Lapo nella ricerca scientifica. Come lo Studio Demetra sulla morte intrauterina e perinatale che sta promuovendo in collaborazione con l’Università Careggi di Firenze.

Fino a settembre, poi, i volontari di Ciao Lapo, con l’associazione La Quercia Millenaria, raccolgono le firme per una petizione per garantire il diritto alla sepoltura dei bambini morti prima della nascita da inviare al Ministero della Salute. Oltre 1.585 le sottoscrizioni finora raccolte. Infatti, nonostante le norme italiane prevedano il diritto della madre o dei genitori che hanno subito “una perdita fetale prenatale” di disporre del corpo defunto su loro richiesta, spesso in molti ospedali la normativa è ignorata o erroneamente applicata. A differenza di altri Paesi come la Francia in cui dall’anno scorso questo è un diritto riconosciuto. «Personalmente mi occupo anche di “ritrovare” i bambini – racconta Montelucci –. Molti genitori non vengono informati che esiste il diritto di sepoltura, per cui accade che lo facciano gli ospedali, che hanno dei “campi degli angeli” all’interno dei cimiteri dove questi bimbi vengono sepolti. Numerose mamme, a mesi di distanza, chiedono però di poter ritrovare i propri bambini. È da qui che comincia un percorso di elaborazione del lutto, che è un primo passo per superare il trauma». Oltre a chiedere alle amministrazioni cittadine e agli enti locali di mettere a disposizione un’apposita area cimiteriale, la petizione precisa che è un dovere del direttore delle unità operative di ostetricia informare, tramite il personale di servizio, la donna che ha avuto un aborto spontaneo della possibilità di inumare il corpo del bambino. Infine si chiede che entro il 2009 sia disponibile un opuscolo informativo su questa possibilità e che ogni reparto disponga dei fac-simile per inoltrare la richiesta alle autorità competenti.

15 luglio 2009

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