Paure e speranze nei “Racconti da Stoccolma”

Tre vicende della Svezia di oggi in cui si mescolano cronaca e confronto tra culture di Massimo Giraldi

Cinema come cronaca di problemi di cui non sospettiamo l’esistenza e insieme cinema di denuncia, forte e diretto. È il film, in sala in questi giorni, “Racconti da Stoccolma”, titolo bello perché semplice, capace di evocare da subito la «distanza» da un luogo affidato a un conoscenza un po’ stereotipata. Tre vicende, narrativamente mescolate, per parlare di problemi interni, e di quel delicatissimo scenario che è il confronto tra culture, ossia abitudini e stili di vita di immigrati nella stessa Svezia.

Nella prima c’è Carina, sposata, due figli piccoli, un lavoro da giornalista televisiva appena riconosciuto con un premio prestigioso. Quando torna a casa, Carina è picchiata e umiliata dal marito, suo collega e geloso del suo successo. Ecco poi la giovane Leyla, cresciuta con la sorella Nina in una famiglia mediorientale immigrata dove vige un codice morale implacabile. Sospettata di avere una relazione, Nina, secondo quel codice, viene condannata a morte dalla famiglia. E Leyla scopre tutto. Anche Aram è immigrato e, dopo una lite davanti al locale notturno che gestisce, diventa oggetto di pesanti minacce.

Il regista Nilsson imprime alle storie il tono di una lenta discesa all’inferno che sembra senza uscita e trova invece uno sbocco di speranza senza artificio né retorica. Si ha quasi paura nell’essere spettatori inerti di atroci ingiustizie, ma c’è molto da pensare, da riflettere, da lavorare.

4 maggio 2008

Potrebbe piacerti anche