Pietro Grasso: «Per la legalità occorre una rivolta morale»

Il Procuratore nazionale antimafia ha incontrato gli studenti della Sapienza insieme a Vincenzo Conticello, imprenditore sotto scorta per aver detto “no” al pizzo: «Realizzare un’antimafia della speranza» di Maria Elena Rosati

«Il nostro Paese vive la crisi della legalità: un problema giuridico ma anche economico, sociale e politico. La mafia è sinonimo di ingiustizia ed eclissi di legalità, e lavora e si insinua dove lo Stato non risponde ai bisogni dei cittadini». Sono parole forti, quelle del Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che agli studenti e ai docenti che affollavano l’incontro su “Giustizia oltre legalità” organizzato dalla cappellania della Sapienza hanno definito il quadro di una realtà dolorosa. L’occasione: il terzo appuntamento del ciclo promosso dalla cappellania dell’ateneo, dedicato al tema “Legalità tra responsabilità personale, società civile e istituzioni”, che si è svolto ieri, martedì 27 novembre, moderato da padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli. Un dibattito sulla condizione della giustizia in Italia, ma anche un’occasione per proporre soluzioni al problema dell’illegalità. Partendo dalla lotta all’indifferenza.

«Dobbiamo favorire una cultura della legalità – ha detto Grasso – e una riforma che renda la giustizia più semplice. Occorre portare avanti una rivolta morale, nella collaborazione tra Stato, istituzioni, scuola e famiglia, per realizzare una “antimafia della speranza”». Nell’intervento del procuratore, il racconto del lavoro di chi combatte in prima linea contro la mafia, ma anche le storie di chi per mancanza di fiducia nelle istituzioni, paura, disperazione, non ha denunciato minacce e soprusi, o nella necessità ha chiesto aiuto ai boss mafiosi. Nel racconto dell’imprenditore Vincenzo Conticello, invece, l’esperienza di chi ha detto no all’ingiustizia, e ha avuto il coraggio di ribellarsi.

Titolare di uno storico ristorante nel centro di Palermo, tra il 2004 e il 2005 Conticello è stato vittima di episodi di vandalismo ed estorsione. Alla richiesta del pagamento del “pizzo” da parte di un boss locale, ha risposto con due no, «il primo istintivo, il secondo ragionato e radicato nella mia storia e nella mia formazione», e con la denuncia alla Polizia. La perfetta sinergia tra forze dell’ordine e istituzioni ha portato in pochi mesi all’arresto del clan Spadaro e al processo; da allora l’imprenditore vive sotto scorta: «È il prezzo da pagare per essere liberi – ha concluso -: dobbiamo indignarci, non possiamo voltare le spalle di fronte alle ingiustizie».

Testimonianze di paura e coraggio, che costruiscono la storia e ricostruiscono la fiducia nella giustizia: «La povertà culturale, umana e spirituale che viviamo lascia occhi chiusi e coscienze addormentate – ha detto padre Giovanni La Manna -. Abbiamo bisogno di testimoni, per uscire dall’ignoranza e per radicare in noi il desiderio di un sistema sociale più giusto, che metta al centro la persona e la sua dignità».

28 novembre 2012

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