Proposta per l’Italia: metti un voucher nel motore del welfare

Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari: «È un modello di servizio alla persona di tipo sussidiario». Flessibilità e libertà, con vantaggi anche per lo Stato di Luigi Crimella (Agenzia Sir)

A volte i segnali sono piccoli ma significativi: su un quotidiano nazionale ieri un sociologo parlava di “buoni acquisto”, i voucher, quali moderne forme del welfare per offrire alle famiglie i servizi di cui hanno bisogno e, al contempo, creare nuova occupazione. Allo stesso tempo oggi, mercoledì 11 giugno, in singolare coincidenza, si è tenuta alla Camera dei deputati a Roma una conferenza stampa, con presentazione da parte di un gruppo di parlamentari di vari schieramenti, di una proposta di legge dal titolo “Istituzione del voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”. Frutto di oltre un anno di lavoro promosso dall’Istituto Sturzo, questa proposta del voucher si rifà ad esperienze di altri Paesi europei. Si tratta di buoni-acquisto di servizi alla persona, con alcune agevolazioni e un sussidio pubblico che li rende convenienti. In Francia, dove funzionano da una decina di anni, sono nate circa 10mila nuove società di servizio, con la creazione di oltre 100mila nuovi posti di lavoro. Altre nazioni che hanno varato questi voucher, molto apprezzati dai cittadini, sono stati il Belgio e il Regno Unito. Per capire come funzionano e quali vantaggi consentano, il Sir ha interpellato il presidente del Forum delle associazioni familiari, Francesco Belletti.

Di cosa stiamo parlando esattamente, visto che in Italia un’esperienza del genere non esiste in forma diffusa e strutturata?
Parliamo di quello che tecnicamente viene definito uno strumento o se si preferisce un’operazione “a sacrificio condiviso”. In pratica il voucher è un “buono” per l’acquisto di uno o più servizi, che appare conveniente sia per chi lo acquista, l’utente-famiglia o il singolo che sia, quale un anziano, una persona disabile; ma che è conveniente anche per chi lo “vende”, una piccola società privata di servizi o una cooperativa del cosiddetto terzo settore. La convenienza consiste nel fatto che tutti risparmiano qualcosa, compreso lo Stato che ci mette del suo sotto forma di agevolazione fiscale, oppure di sussidio pubblico che abbatte e contiene i costi. Il vantaggio per lo Stato, non trascurabile, è doppio: primo, contribuisce a erogare un servizio senza dover avere una struttura con personale e una organizzazione; secondo, comunque il lavoro è regolare e sotto gli occhi di tutti, quindi non c’è possibilità di “nero”.

Quindi lei promuove questa idea?
Dico di sì, anzi in qualche modo insieme ad altri ne sono stato tra i promotori, perché mi pareva giusto puntare a qualcosa che portasse a una maggiore equità nei servizi alla persona, oltre che per far crescere le opportunità di lavoro specie per i giovani, senza contare la già citata emersione del lavoro nero che attualmente, in questi campi, viene svolto da “badanti” varie, non tutte e non sempre regolarmente inquadrate. Con questa idea, che vedremo quale percorso parlamentare avrà, diventa più chiaro chi fornisce servizi alle famiglie, mentre rimane a queste ultime la libertà di scelta. Il voucher si presenta, almeno potenzialmente, come uno strumento di estrema flessibilità e libertà: non si deve dipendere da scelte fatte da altri. La “palla” sarebbe in mano agli utenti che potranno scegliere a chi rivolgersi, a patto che ci sia naturalmente una offerta adeguata.

Ma nel nostro Paese finora proprio non è stato fatto nulla in questa direzione?
L’unico caso di un certo peso è la regione Lombardia che ha costruito da anni un’offerta di servizi alla persona basata sul voucher, ispirata ai valori della sussidiarietà. In genere si è trattato di servizi soddisfacenti. Ma se ora il Parlamento dovesse approdare a una scelta nazionale, avremmo sicuramente dei parametri più ampi e qualificati sui quali ragionare.

Coloro che si oppongono al concetto di “privato” nei servizi alla persona potrebbero gridare alla distruzione di ciò che resta del welfare statale. È così?
Direi di no. Questo strumento e la sua articolazione sta dentro un modello di servizio alla persona di tipo sussidiario. Non significa abbandonare la responsabilità pubblica del welfare, che anzi rimarrebbe sia per quanto riguarda il controllo sia per l’intervento a sostegno. Ma in realtà si andrebbe a costruire un modello nuovo in cui la libertà di scelta da parte degli utenti è molto più importante e lo Stato la asseconda.

In poche parole, dove starebbero i vantaggi finali?
Che sarebbe un welfare sempre più plurale, in una società meno burocratizzata. La decisionalità sui servizi si avvicina al luogo del bisogno: non un welfare state ma un welfare misto e societario, in cui tutti aggiungono un qualcosa a protezione delle persone in fragilità. Anche i costi dovrebbero beneficiarne, con più lavoro diffuso.

11 giugno 2014

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