Quando la fede incontra la bellezza

Raccolte in un volume le riflessioni di monsignor Bruno Forte: attraverso il numero 7 si arriva al “Bel” Pastore di Marco Testi

Chi immagina il cristianesimo come un triste biascicamento di litanie e una rinuncia alla pienezza della vita, dovrebbe leggere “La via della bellezza. Un approccio al mistero di Dio” di monsignor Bruno Forte, perché si troverebbe di fronte alla celebrazione del fascino dell’esistente. Un fascino creato dall’incontro di verità, bellezza e bene, come avverte von Balthasar: «In un mondo senza bellezza… anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione». Altro che tristezze e timori del bello; semmai coscienza del rischio opposto, di trovarci senza bellezza, a causa del suo esilio in un mondo in balìa del calcolo, della cupidità e della tristezza.

Il vescovo Forte ci conduce alla bellezza attraverso uno dei numeri sacri, quello simboleggiato dalla menorah, il candelabro santo. Sette infatti, dice l’autore, sono i nomi della bellezza: l’ebraico tov, il greco kalòs, i latini pulcher e formosus, il germanico schön (che reca in sé il senso della luminosità), l’italiano bello e infine il sublime. Monsignor Forte adotta la metafora visiva della chiesa, che attraverso la navata dei sette nomi porta all’abside dove è il «bel» – come nell’originale greco – pastore, colui che salva attraverso la bellezza. La citazione di Agostino, «Tardi ti amai, Bellezza, tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai», appare carica di senso profondo: la bellezza è qualcosa di nuovo, che ci abbaglia, ma è anche qualcosa che abbiamo già veduto. È una realtà remota, che risale all’inizio dei tempi, e non è legata solo al frammento del qui e dell’ora, ma a qualcosa di abissale.

Monsignor Forte ricorre all’aiuto dell’etimologia e presenta l’origine del sostantivo «desiderio», formato dal suffisso indicante provenienza «de» e da sideribus, stelle, cieli: dunque siamo di fronte alla lontananza dall’Eden, o per meglio dire a quel senso di mancanza che avvertiamo, quasi come se una bellezza intravista ci avesse lasciato inappagati. Abbiamo rivolto lo sguardo alle cose del mondo, distogliendolo dal cielo. Un po’ come nel caso di nostalgia, letteralmente l’acuto desiderio, quasi dolore (algos) di ritornare a casa (nostos). Questo essere gettati nell’esistenza però è alleviato dal ricordo, da quel frammento di luce conservato nello spirito, che ci fa riconoscere la bellezza là dove essa ci chiama. E ci permette anche di viverla come dono. «Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello», dice Agostino. Come scrisse Pavel Florenskij, mentre celebrava su una collina rivolta verso il monastero di Sergiev Possad, «Il Signore misericordioso mi concesse di stare presso il suo trono. (…) Qualcosa nella penombra tornava alla mente, qualcosa che ricordava il Paradiso, e la tristezza per la sua perdita veniva trasformata misteriosamente dalla gioia del ritorno». Mai parole di un cristiano sono state più capaci di cogliere la malinconia della grande Perdita e insieme la bellezza del godimento dei segni del Ritorno.

“La via della bellezza. Un approccio al mistero di Dio” di B. Forte, Morcelliana, 56 pagine, 7 euro

25 maggio 2008

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