Simpatia per il mondo e amore per la gente
di Luciano Pascucci
«Stare dentro questo nostro tempo con amore». Amare la nostra gente. Quanto mi colpì la scritta posta sopra un tabernacolo: «Sic Deus dilexit mundum!». Cristo nel segno del pane manifesta perfettamente tutto l’amore di Dio verso questo nostro mondo, un amore che durerà fino alla consumazione dei secoli.
Un testo del Concilio Vaticano II, esprime molto bene quale deve essere il nostro atteggiamento verso il mondo: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore… perciò la comunità dei cristiani (e ancor più i presbiteri!) si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (GS 1).
Oggi è molto facile, di fronte a un mondo in decadenza, prendere la via del lamento, della fuga e dell’estraneità. Innanzitutto è indispensabile recuperare un atteggiamento positivo verso il mondo considerato nella sua globalità e nella sua originalità, in modo da cogliere la bontà e il valore del mondo creato da Dio e a lui ordinato.
Uno degli aspetti più importanti del Concilio, soprattutto sotto la spinta di Paolo VI, è quello di aver invitato i cristiani, e tanto più noi sacerdoti, a guardare il mondo con simpatia e con la carità di Dio. Il mondo così com’è, non come dovrebbe essere, «il mondo che reca i segni degli sforzi dell’uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie» (GS 2), è amato da Dio e il presbitero con il suo amore, deve manifestare l’amore di Dio verso tutti gli uomini.
Occorre passare dal fastidio all’interesse. La nostra pastorale, di fatto, appare infastidita anziché interessata nell’ammettere di dover conoscere la situazione culturale del mondo contemporaneo. Superare quell’atteggiamento di fastidio, per far subentrare in noi un sentimento di interesse autentico, di simpatia e insieme di preoccupazione che ci renda capaci di comprendere il mondo e la gente in mezzo alla quale viviamo e al cui servizio stiamo.
Prima di tutto è necessario esserci. Sta tutto qui il mistero dell’incarnazione. Il prete accompagna la quotidianità della gente, per cui è necessario per lui identificarsi con il popolo che gli è stato affidato. La gente deve diventare parte integrante della sua vita.
«Abitare la storia è d’obbligo per il presbitero, onde evitare quelle paure che creano ansia e isolamento, e generano involuzioni frustranti. Di qui la conoscenza degli strumenti e dei contenuti per discernere con obiettività i problemi che la vicenda culturale mette sulla strada delle nostre comunità e del ministero. È urgente evitare letture riduttive o approssimative, che di solito inclinano al pessimismo e a pericolose prese di distanza, ingenerando arroccamenti e chiusure’ (Cei, Lettera sulla formazione permanente del clero, n.11).
Anche il Curato d’Ars – dice Benedetto XVI – iniziò subito un umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di abitare perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale. Egli in verità: seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.
12 gennaio 2010