“The Conspirator”, Redford convince

In questo legal-thriller le reazioni all’assassinio di Lincoln, l’arresto di una donna e la difesa del suo avvocato davanti a un tribunale militare di Massimo Giraldi

Per molto tempo Robert Redford è stato tra i grandi divi del cinema hollywoodiano. Il 1981 è un anno cruciale. Dà vita al Sundance Institute (con il festival annesso) ed esordisce nella regia con “Gente comune”, subito premiato con l’Oscar. Dirige, tra gli altri, “Milagro”, “In mezzo scorre il fiume”, “Quiz Show”, “Leoni per agnelli”. Ora è in sala la sua nuova pellicola, dal titolo “The Conspirator”.

Quella nella quale entriamo è una Storia con la S maiuscola. Washington, 1865. In seguito all’assassinio di Abramo Lincoln, sette uomini e una donna vengono arrestati con l’accusa di aver cospirato per uccidere il presidente, il vice presidente e il segretario di Stato. La donna accusata, Mary Surrat, è la proprietaria della pensione dove John Wilkes Booth e gli altri si riunivano per pianificare l’assassinio. Frederick Aiken, valoroso soldato diventato avvocato, accetta, pur controvoglia, di difendere Mary davanti ad un tribunale militare. Durante il processo, Aiken si convince dell’innocenza della donna ma deve affrontare una giuria che ha bisogno di un capro espiatorio.

Dice Redford: «Nell’analizzare la reazione della nazione all’assassinio di Lincoln, il film parla di come si cercasse di impedire l’aggravamento della polarizzazione politica di allora, sia tra il Nord vincitore e il Sud sconfitto sia all’interno del governo. Mary e Aiken sfidano il loro concetto di dovere, onore e lealtà e il modo in cui reagiscono a queste sfide dà vita ad una storia emotivamente coinvolgente».

È interessante notare che lo sceneggiatore James Solomon ha cominciato a lavorare al copione nel 1993. «Quando parlavo del mio progetto – ricorda – tutti restavamo sorpresi dal fatto che l’assassinio di Lincoln fosse all’interno di una cospirazione più grande, e che fu un tribunale militare a giudicare gli assassini, tra cui una donna. La storia è affascinante , dicevano, ma che relazione c’è con il presente? Dopo l’11 settembre non me lo hanno più detto…». Solomon ha consultato le trascrizioni delle udienze del processo, tutti i testi che ne parlavano, e parecchi diari dell’epoca per interiorizzare le espressioni e i toni che la gente usava allora per comunicare.

Su questo materiale Redford ha lavorato, seguendo le regole del «legal-thriller», o «dramma processuale», un genere tra i maggiori del cinema americano, nobilitato da quel tono liberal che rimanda a titoli quali “La parola ai giurati” di Lumet. Ispirato e convinto, firma una regia pulita, tesa, asciutta, arricchita da cromatismi mai formali. Un bel film, al quale si farebbe grande torto, se qualcuno lo prendesse a pretesto per accostarlo alla realtà italiana. Tra l’Europa e gli Stati Uniti c’è in mezzo un oceano.

27 giugno 2011

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