«This must be the place»: alla ricerca del padre

Nella pellicola di Sorrentino, il dramma dell’olocausto e il suo avvicinamento al mondo della musica pop, in un racconto insolito, disorganico. Coraggioso di Massimo Giraldi

Arriva in sala “This must be the place”, il film nato dall’ incontro tra Paolo Sorrentino e Sean Penn durante la serata finale del festival di Cannes 2008: l’attore americano era Presidente di Giuria, il regista vinse il Gran Premio della Giuria stessa per “Il divo”. I giudizi lusinghieri espressi dal premio Oscar incoraggiarono il regista italiano a pensare ad un film con lui. Da li seguono l’invio della sceneggiatura, la inattesa risposta positiva di Penn, la partenza operativa del progetto. Ecco il protagonista. Oggi cinquantenne, l’ebreo Cheyenne (che si trucca ancora con rossetto, cerone e tiene i capelli lunghi e gonfiati) vive a Dublino con la moglie Jane, cercando di gestire il proprio passato di famosa rock star. Trascorre le giornate tra un atteggiamento di stanca ribellione e uno strisciante stato rinunciatario. Quando da New York arriva la notizia che il padre è in fin di vita, Cheyenne (che non vede il genitore da trenta anni) si decide a partire. Arriva in tempo per vederlo prima della morte e, grazie alla lettura di alcuni diari e alla testimonianza di chi lo ha conosciuto, viene a sapere che l’uomo era impegnato nella caccia al criminale nazista che lo aveva torturato durante l’olocausto e vive ora negli States. Cheyenne decide di proseguire la ricerca iniziata dal padre.

Spiega Sorrentino: «Da un lato il dramma dei drammi, l’olocausto, dall’altra il suo avvicinamento ad un mondo opposto, fatuo e mondano per definizione, quale quello della musica pop e di un suo rappresentante, ormai fuori dal giro a abbandonato ad un’esistenza oscillante tra la noia e il leggero stato depressivo». Come detto, la storia comincia in Irlanda ma poi riserva la parte più corposa e intensa agli Stati Uniti. I luoghi tradizionali della mitologia americana («il deserto, le stazioni di servizio, i bar bui, gli orizzonti lontanissimi») sono affrontati da Sorrentino come un sogno che diventa realtà ma continua ad avere dimensioni oniriche. Tra Irlanda e America si muove il protagonista, uno che guarda le cose un po’ dal di fuori, e le commenta con un umorismo secco e tagliante, amaro e generoso. La ricerca del nazista porta il copione “on the road”. E qui il regista è bravo a inquadrare località e persone, a restituire sapori, atmosfere, umori, sensazioni in modo molto suggestivo. A scapito però dei raccordi con la storia. Il peso degli argomenti resta in secondo piano rispetto alla costruzione dell’immagine. Qualche scompenso che non toglie però interesse ad una pellicola dal taglio insolito, disorganico, coraggioso.

17 ottobre 2011

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