Santi Pietro e Paolo, De Donatis invita alla «sequela personale»
La veglia di preghiera in piazza San Pietro ha concluso, mercoledì 28 giugno, “Il cammino di Pietro” inaugurato lo scorso 29 dicembre nella basilica di Santa Cecilia a Trastevere
La luce delle fiaccole dei fedeli riuniti in preghiera in piazza San Pietro mercoledì sera, 28 giugno, vigilia della solennità dei santi Patroni di Roma, è stata attinta dalla fiamma che arde sulla tomba del primo pontefice, «per essere veri testimoni di fede e di amore». Proprio con un invito a «vivere lo splendore della nostra vocazione, illuminati dalla Parola, lampada ai nostri passi, nella ricerca della via e della verità», il cardinale Mauro Gambetti, vicario del Papa per il Vaticano, ha aperto la veglia diocesana che ha concluso il percorso “Il cammino di Pietro”, avviato lo scorso 29 dicembre nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere.
L’itinerario in sette tappe ha toccato altrettanti luoghi romani per ripercorrere le tracce dell’apostolo martirizzato e sepolto sul colle Vaticano. A presiedere il momento di preghiera animato dal coro della diocesi di Roma – cui hanno preso parte pure il vescovo ausiliare Dario Gervasi, il cardinale Enrico Feroci e padre Agnello Stoia, parroco di San Pietro -, anche il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, cui è stata affidata la riflessione dopo l’ascolto della Parola. «Qui dove Pietro ha dato testimonianza della sua fede fino al martirio – ha detto il porporato – vogliamo rinnovare la nostra fede», chiamati a guardare anche a San Paolo, «per imparare da entrambi».
Commentando quindi il brano evangelico di Giovanni, De Donatis ha osservato che «ci ha messo davanti la nascita di Pietro come primo apostolo» laddove, per mezzo della domanda di Gesù ripetuta per tre volte, «Pietro viene spogliato del suo triplice rinnegamento per essere rivestito dell’amore». Interrogato cioè sull’amore che nutre per il suo Signore e ricevuto l’incarico di farsene tramite per il Suo popolo, Pietro sperimenta un amore più grande, quello «oblativo, libero, gratuito e disinteressato» di Dio.
Perché di fronte alla domanda di Gesù, «Pietro è costretto ad ammettere che è capace soltanto di un umano volere bene – ha spiegato ancora il cardinale vicario -, che è un alternarsi di fallimenti e di successi», e infatti lo stesso apostolo sperimenterà «debolezze e cadute più miserabili dei suoi più sinceri slanci»; eppure «Dio vuole provare la debolezza dell’uomo non per umiliarlo ma per rimediare alla sua mancanza d’amore con il proprio», sono ancora le parole di De Donatis.
Ecco allora «il Pietro umanissimo» che diventa modello «in cui ciascuno di noi può specchiarsi e che ha molto da dire a ciascuno e alla Chiesa di Roma a volte traballante, instabile e insicura – ha detto il cardinale –. Anche questa fragilità è parte della pedagogia dell’amore di Dio, che si china sulle nostre ferite sempre» perché «la sua misericordia è più grande della nostra colpa». Da qui la sottolineatura del porporato: «Dio ci chiederà conto non tanto delle nostre opere ma del nostro amore» e questo «interpella anche la Chiesa di Roma nelle sue strutture, scelte pastorali ed eventi organizzati».
Il monito, però, non è valido unicamente «per i pastori della Chiesa – ha sottolineato De Donatis – perché nessuno è esentato dal prendersi cura della porzione che gli è affidata: famiglia, colleghi di lavoro, vicini di casa». L’invito finale del cardinale vicario è stato quindi «ad una sequela personale» nella «consapevolezza di essere amati nel punto in cui ci troviamo» perché «il Signore si accontenta del nostro poco e ne fa la fessura per entrare col suo tutto» e «questo amore è la vera roccia su cui si fonda la vita di ciascuno e della Chiesa».
30 giugno 2023

