Paolo Ricciardi è il nuovo vescovo di Jesi
Lo ha nominato il Papa, accettando la rinuncia al governo pastorale presentata da Rocconi. L’annuncio dato dal vicario Reina a laici e sacerdoti riuniti nel Palazzo Lateranense. «Ho cercato di servire questa Chiesa puntando sui piccoli particolari dell’amore»
Accolta con un lungo applauso, nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense, la lettura della lettera di nomina di monsignor Paolo Ricciardi a vescovo di Jesi, da parte del cardinale vicario Baldo Reina, davanti ai vescovi ausiliari di Roma, ai prefetti e al personale del Vicariato. Un annuncio in contemporanea con la diffusione della notizia da parte della Sala stampa della Santa Sede. «Singolarmente e come Chiesa cerchiamo di ricondurre dentro la volontà di Dio le nostre azioni e le scelte come quelle che solitamente annunciamo qui», ha detto il vicario, prima di dare lettura della lettera, datata 22 gennaio. Quindi, il grazie a Ricciardi «per il servizio svolto in questi anni, in tante forme. Per la sua bontà, mitezza, pacatezza». Per il suo essere «esempio di vita sacerdotale».
Grande l’emozione, nelle parole di monsignor Ricciardi. «Sono passati sette anni e due mesi, 2623 giorni, da quando, in questa sala, è stata annunciata la mia nomina a vescovo. Un record ora come ausiliare a Roma», ha esordito, parlando di un tempo «pieno, bellissimo e faticoso insieme, ricco soprattutto di tanta grazia da parte di Dio e da tante mancanze da parte mia». A fare da guida, in questo momento di «spaesamento davanti a un notevole cambio di vita», le parole di Maria, «Madre della Fiducia», ai servitori delle nozze di Cana: «”Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Come i servi di Cana – ha confidato – voglio fidarmi di nuovo, ancora stupito di come Cristo Sposo riesca a fidarsi di me».
Andando con la memoria a quell’Anno internazionale della gioventù voluto da Giovanni Paolo II nel 1985, «quando tutto è iniziato», don Paolo ha evidenziato che «da allora ho cercato di servire questa Chiesa che mi ha generato e che amo con i miei limiti, facendo leva sulla fede e l’umanità che ho imparato dalla mia famiglia e sulla semplicità delle relazioni, puntando sui piccoli particolari dell’amore, sui dettagli, forse a scapito di altre cose troppo grandi per me, che a fatica comprendo».
Ventiquattro anni di sacerdozio, «con bellissime esperienze parrocchiali»; quindi, la chiamata all’episcopato, che «mi ha aperto da subito alla conoscenza della realtà dei luoghi di cura, dei malati e di quanti si adoperano per loro. Mi sono arricchito, riscoprendo l’essenziale. Quando si incontrano persone allettate, genitori di bambini malati, operatori che dedicano la vita a chi soffre, si capisce quanto siamo noi malati nel cuore. Si capisce che basterebbe così poco per essere più cristiani, più umani, più fratelli. Basterebbe così poco, anche tra noi, per essere più accoglienti, più aperti, più semplici, per recuperare la gentilezza».
Più una consegna che un monito, quello del vescovo, che ha assicurato che «quel “poco” è nel tesoro del cuore: alcune stanze di ospedale, dove ho amministrato la cresima a malati terminali; incontri in casa di persone disabili; momenti di fraternità con i cappellani; incontri sulla Parola nelle case dei diaconi permanenti che ringrazio e a cui voglio un gran bene; i sette presbiteri e i venti diaconi che ho avuto la gioia di ordinare in questi anni; i momenti di formazione permanente che ho proposto ai preti intorno ad un camino per chiederci solamente “come stai?”». E ancora, «l’accompagnamento dell’ordo virginum nel cammino di discernimento e di vita; l’esperienza di momenti belli con le religiose. Inoltre, essendo fino all’anno scorso un po’ un vescovo “jolly” senza settore, ho fatto il conto di aver potuto visitare, almeno per una volta, in questi anni, 230 parrocchie della diocesi».
Ultima “tappa” del suo percorso di vescovo nella diocesi di Roma, la guida del settore Est, anche se solo per 11 mesi: «Un altro record, ma negativo», ha ironizzato. Qui, tra «la bellezza e la storia di tante comunità e quartieri», tra sacerdoti e laici, «ho capito che veramente la via è avviare processi: “dare il la” perché i giovani di parrocchie diverse si incontrino; perché i tanti laici impegnati si riconoscano; perché sia dato più spazio alla Parola per discernere la vita. Veramente il tempo è superiore allo spazio – ha continuato -. Solo che di tempo ne ho avuto poco, rispetto allo spazio, e chiedo perdono se non sono riuscito a raggiungere tutti e tutto come avrei voluto».
Facendo riferimento al possibile senso di «smarrimento, in tanti preti e laici, per mancanza di stabilità», Ricciardi ha espresso la fiducia che «questo sia permesso per ripartire dalla stabilità che è Cristo, lo stesso ieri oggi e sempre. Roma è una Chiesa bella e la vera bellezza non è sulla carta ma sulla storia di tanta gente e, per guardare avanti, è necessario non perdere la memoria di una storia ricca di santità. Roma è la città della speranza, da cui invece di giungervi io ora parto, certo che la Speranza non delude».
Da ultimo, il grazie, carico di emozione, a «tutti: i malati che hanno pregato per me; i tantissimi sacerdoti a cui voglio veramente un gran bene, i giovani, speranza della diocesi». E ancora, la gratitudine di Ricciardi è andata a Francesco «per essere segno del Vangelo della Gioia nel mondo di oggi», a De Donatis, «per la mitezza e l’umiltà dei forti», e al suo successore Baldo Reina, «anche per essermi accanto in questo momento, come tutti gli altri vescovi… ne ho visti passare quindici in consiglio episcopale in sette anni». In particolare però la memoria carica di gratitudine è stata «per l’intuizione che ha portato me e don Gianpiero (Palmieri) a scegliere di vivere insieme, perché la fraternità episcopale si concretizzasse nel quotidiano, con la preghiera comune del mattino e nella vita di casa, quando ogni tanto ci si incrociava. Quell’intuizione ha dato frutto, da due siamo diventati quattro. Dario (Gervasi) è stato il mio quotidiano riferimento alla chiamata alla santità, Ben (Ambarus) l’invito alla concretezza della carità, Daniele (Salera), la gioia dell’annuncio».
Grazie anche «ai tanti, laici, religiosi, preti, che in Vicariato lavorano con generosità e spirito ecclesiale», sono ancora le parole di Ricciardi, che ha fatto memoria, in particolare, dell’esperienza vissuto nell’Ufficio catechistico, con suor Lorenzina Colosi. «Forse proprio perché Dio sa che amo la familiarità delle relazioni, mi concede ora di essere pastore di una diocesi con dimensioni umane, ricca di storia e di fede, dove vado prima di tutto ad imparare. Grazie al vescovo Gerardo per la sua testimonianza di fedeltà e di amore; grazie ai sacerdoti di Jesi, ai religiosi e alle religiose, ai diaconi; a tutti coloro che ancora non conosco, ma che già amo. Non so quasi nulla di questa Chiesa che mi attende, ma so che mi attende e soprattutto che Cristo mi precede a Jesi». Quindi, l’affidamento al santo patrono Settimio, che dopo il 308 partì da Roma per andare a Jesi. «Possa anch’io, come lui, perdere la testa per Dio e per la Chiesa che mi è affidata».
28 gennaio 2025

