Fabrizio Moro racconta il nuovo album “Non ho paura di niente” e il coraggio di guardarsi dentro
«Deluso dal sistema musicale», va controcorrente e non mette online il nuovo disco. Il tour da maggio ma prima gira l’Italia nelle librerie. «Metabolizzo gli album quando li porto dal vivo»
Più schietto che mai, torna sulle scene a due anni e mezzo dall’ultimo progetto discografico Fabrizio Moro, con il nuovo album “Non ho paura di niente” (BMG, pubblicato il 14 novembre solo in formato fisico), che sembra collocarsi nel luogo interiore dove la fragilità diventa forza e la musica si fa verità. Fabrizio Moro non è un cantante pop nel senso comune del termine. È un narratore di verità, un artigiano di storie, uno che ha sempre preferito l’imperfezione all’apparenza. Nato e cresciuto a San Basilio, quartiere popolare di Roma, ha fatto della fragilità una forma di resistenza, e oggi è un autore consapevole, capace di tenere insieme la poesia della strada e la filosofia della sopravvivenza.
Dopo oltre vent’anni di carriera, Moro presenta un disco autentico, crudo e umano, scritto «col cuore e col fegato», come lui stesso racconta. Non è un ritorno al passato, «né un evoluzione», ci tiene a precisare durante una conferenza riservata alla stampa, ma una dichiarazione di intenti: rallentare, respirare, tornare a scrivere con calma in un mondo musicale che corre troppo veloce. È un disco che ha il sapore delle notti romane, delle ferite guarite a metà, della consapevolezza che nasce solo dopo aver sbagliato tante volte. Tanto sincero e diretto da sembrare amabilmente sfacciato mentre racconta il nuovo progetto, Moro, umilmente, dice di scrivere «per riconciliarmi con me stesso. Non ho mai preteso di essere un testimone. La musica è una valvola di sfogo per esorcizzare me stesso».
Nove tracce – che abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in anteprima -, nove confessioni, nove lampi di un’anima che continua a lottare con il mondo e con sé stessa. C’è il Moro rabbioso di sempre, ma c’è anche un uomo che ha imparato a guardarsi dentro. Il titolo stesso, “Non ho paura di niente”, è un manifesto più esistenziale che musicale: non è l’arroganza di chi non teme nulla ma la consapevolezza di chi ha imparato a convivere con la paura. E la canta per liberarsene. I testi raccontano un uomo che non si nasconde più.
In “Non ho paura di niente”, Moro affronta le proprie dipendenze, le ossessioni, le battaglie interiori: «Io di te non ho paura più, io rivoglio la mia vita per davvero». È un inno alla libertà dopo la schiavitù dei propri mostri. Con questa consapevolezza, oggi dice ai giovani: «Prima avevamo dei punti di riferimento importanti. Oggi un ragazzo non sa più chi è il capo di quel partito, non sa più chi ha scritto quella canzone, non guarda più l’Italia al mondiale. C’è un disinteresse e un disinnamoramento totale delle cose. Non so di chi è la colpa e come può risolversi, ma ognuno deve fare il suo».
In “Simone spaccia” torna il racconto sociale e urbano: la periferia, la rabbia, ma anche la grande umanità. Moro dà voce a un ragazzo che vive senza futuro, specchio di una generazione che non si è mai sentita vista. Gli chiediamo quanto ci sia ancora del ragazzo di San Basilio che era in questa storia e lui risponde che «alcune dinamiche non ti abbandonano, bisogna conviverci tutta la vita. E per fortuna, perché non mi fanno perdere il contatto con la mia realtà, che è rimasta quella. Il quartiere spesso viene dipinto dai media in maniera negativa, ma in realtà ho trovato più bellezza lì che in altri posti del mondo, e ho girato parecchio!»
“Casa mia” è la nostalgia domestica, quella di un amore finito che trasforma il luogo più sicuro in una prigione silenziosa. Con “Superficiali”, invece, c’è la confessione di chi vorrebbe imparare a lasciar correre, ma non ci riesce. È forse il brano più intimo del disco, dove la vulnerabilità diventa forma di coraggio. Poi c’è “In un mondo di stronzi”, un titolo che solo Moro poteva permettersi: ironico, tagliente, vero. È la ricerca disperata di un equilibrio affettivo dentro un mondo cinico e stanco. Infine, brani come “Scatole” e “Toglimi l’aria” raccontano il tempo che passa, le vite accumulate in traslochi e memorie, la libertà che a volte pesa quanto una condanna.
Ogni pezzo è un frammento della sua biografia emotiva: amore, rabbia, solitudine, paternità, speranza. Tutto è reale, mai patinato. E in un panorama musicale dove tutto è effimero, lui resta un uomo che scrive con le mani sporche di vita. Per questo ha scelto di pubblicare “Non ho paura di niente” solo in formato fisico: cd, vinile, e persino musicassetta. Un atto controcorrente, quasi politico, in un’epoca liquida dove tutto scorre e nulla resta. «Dietro un disco ci sono tante cose: mal di fegato da parte dell’artista, nervosismi, gioie, complicazioni. Ad esempio, questo disco è stato scritto e registrato nell’arco di due anni e mezzo ed è giusto dare a questo tempo un peso specifico. Sono cose che non si possono regalare online. La mia generazione è quella che soffre di più il passaggio dall’analogico al digitale. Sono nato e cresciuto in uno studio di registrazione, ho bisogno di fare le cose con calma e di dare alla mia musica un certo tipo di valore. Non riesco a confondermi nelle piattaforme, con queste nuove linee di mercato».
Dopo l’instore tour di novembre (oggi, 14, da Feltrinelli in via Appia Nuova 427), Fabrizio Moro tornerà in tour nel 2026 con “Non ho paura di niente Live”, con un’anteprima al Palazzo dello Sport di Roma il 2 maggio e un calendario che toccherà tutte le principali città italiane. «Metabolizzo gli album quando li porto dal vivo e vedo la reazione delle persone. Per questo non vedo l’ora di suonare. L’attesa non dipende da me, ma dalle agenzie», dice con rammarico.
14 novembre 2025

