Le religioni terreno di scontro? «Non sono loro che sparano»
Incontro pubblico a Sant’Eustachio tra Pasquale Ferrara (Istituto universitario europeo) e Abdellah Redouane (Centro islamico culturale d’Italia)
«Il problema è quando diventano ideologia utile al potere». Dibattito tra Pasquale Ferrara (Istituto universitario europeo) e Abdellah Redouane (Centro islamico culturale d’Italia)
«Non sono le religioni che sparano o pregano, ma i seguaci. Sono i fedeli che danno sostanza, costanza e contenuto a una religione: ai testi sacri possiamo far dire ciò che vogliamo noi con l’interpretazione, e dobbiamo chiederci perché questi terroristi siano usciti dai nostri ranghi». A dirlo è Abdellah Redouane, segretario generale Centro islamico culturale d’Italia, che giovedì 26 febbriao ha dialogato con Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze e diplomatico, autore del libro “Religioni e relazioni internazionali. Atlante teopolitico”, in un incontro pubblico nella chiesa di Sant’Eustachio a Roma dal titolo “Religioni: terreno di incontro o scontro tra i popoli?”. Le religioni hanno riconquistato la centralità del dibattito pubblico, anche nelle relazioni internazionali, in un’epoca che si credeva ormai post-confessionale. Di fronte all’attentato al giornale Charlie Hebdo, o ai massacri di Boko Haram in Nigeria e all’avanzata dell’Is la riflessione sul ruolo delle religioni nello scacchiere internazionale diventa fondamentale per capire le dinamiche odierne.
«Il ruolo dei seguaci delle religioni non è sempre stato positivo nella storia, sono stati perpetrati crimini contro l’umanità nel loro nome. Ma ciò accade quando la religione diventa ideologia utile al potere e alle sue conquiste territoriali. C’è da fare del sano realismo», introduce Ferrara. «Per diminuire la violenza bisogna prima sciogliere i nodi di conflittualità e interessi – commenta Redouane – A Kobane, piccolo villaggio sperduto, la questione se intervenire o meno dipendeva dalla volontà di rendere inoffensivi i curdi in Turchia, in Siria si è parlato di primavera araba, prima che entrassero in gioco altre forze estere. L’Africa, a mezzo secolo dall’indipendenza, vive ancora i conflitti di confini dettati dal colonialismo e aggravati dalla guerra fredda, in Iraq si è abbattuto un regime senza pensare al dopo».
«Diciamo che noi siamo sotto attacco, e cosa dovrebbero dire i siriani?», chiede Pietro Cocco, di Radio Vaticana, che modera l’incontro. «I musulmani sono quelli che hanno pagato il più alto tributo al terrorismo – aggiunge il rappresentante del Centro islamico – anche quando l’occidente non ci faceva caso, come in Algeria, quando ci furono 200mila morti. In Afghanistan la guerra iniziò contro l’Unione Sovietica, in uno scenario di lotta fra potenze, solo dopo arrivò Al Qaeda. Alcune dichiarazioni, poi, non aiutano, come quando un presidente degli Stati Uniti definì la guerra contro i talebani come “crociata”. Si parla di scontro di religioni, scontro di civiltà. Bisogna stare attenti alle parole, che diventano strumento ideologico per propagandare i propri obiettivi, all’inizio nascosti», aggiunge Ferrara.
«Non si possono contrapporre l’occidente, concetto geo-politico, con l’Islam, che è una religione. L’Islam non è cosa “altra” rispetto all’occidente – continua Redouane -, se non credi in Gesù e in Mosè non sei un vero musulmano. Ebraismo, cristianesimo e islam hanno la stessa radice monoteista, per tutti la città è Gerusalemme, che non è in occidente ma in Medio Oriente». Di fronte al problema della violenza «dobbiamo chiederci cosa fa la comunità internazionale per limitarla. C’è una responsabilità di proteggere i popoli quando i loro governi non lo fanno e anzi li colpiscono, ma le istituzioni internazionali sono bloccate dai veti incrociati. E non parlo di intervento militare che, come in Libia, rischia di essere solo una dose aggiuntiva della stessa medicina che ha provocato il male. Va seguito il percorso dell’engagement, risolvere i conflitti con un altro metodo, quello del dialogo fra chi ha coscienza della propria identità e trova uno spazio comune di dialogo».
Se quindi da un lato le religioni vengono utilizzate come arma ideologica di scontro, dall’altro possono e devono avere un ruolo di “peace-building”. «Ci sono anche leader e intere comunità religiose che hanno ricostruito il senso della convivenza a partire dal valore della diversità – aggiunge Ferrara -, interi Stati, come l’Indonesia o il Bangladesh, che devono il loro assetto all’impegno dell’Islam politico». Il diplomatico aggiunge che va fatto appello alla dimensione universale della religione rispetto alla famiglia umana. «La religione deve interpretare il ruolo di coscienza dell’umanità». Prima dei G8 e dei G20, spiega Fontana, i leader religiosi si incontrano dando la propria versione e indicazione per i temi in agenda: «Ma non è sensato parlare di non-proliferazione nucleare, la logica è quella di vedere come spendere nel sociale i soldi investiti in armamenti. I leader mondiali dovrebbero ascoltare molto di più gli appelli dei religiosi».
Per fare questo però «bisogna conoscere la vera dinamica dei problemi. Oggi vediamo molta informazione, ma poca conoscenza, è tutto ridotto a uno slogan, a un tweet, senza ragionamento», aggiunge Redouane. «L’arma migliore per sconfiggere la paura è la conoscenza – conclude Fontana -. La catena umana dei musulmani a proteggere col proprio corpo la sinagoga di Oslo è stato un segnale fortissimo». (Elena Filicori)
2 marzo 2015

