A 50 anni dalla morte, la Chiesa di Roma ricorda Luigi Rovigatti

La commemorazione nella chiesa della Natività, di cui fa parroco prima di diventare vicegerente della diocesi. Anticipatore della riforma liturgica del Concilio, fu “Padre e pastore”

Paolo è seduto nella navata di sinistra della parrocchia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. Ha solo nove anni, ma non riesce proprio a spiegarsi il perché di tutti quegli applausi. Dalle porte spalancate della chiesa sta entrando la salma del vescovo Luigi Rovigatti, già vicegerente della diocesi di Roma. È lunedì 13 giugno del 1977. Il presule è appena tornato a casa, accolto dal cardinale vicario Ugo Poletti e da tantissimi fedeli. Sta per essere tumulato nella sua parrocchia, dopo due anni di sepoltura nel Cimitero del Verano. Quel bambino si chiama Paolo Ricciardi, oggi vescovo ausiliare di Roma per il settore Est e responsabile dell’ambito della Chiesa ospitale e “in uscita”.

È il suo ricordo più nitido di monsignor Rovigatti, ma anche quello più significativo. Ricciardi lo ha raccontato ieri, 12 gennaio, all’inizio dell’omelia della Messa di commemorazione del sacerdote, che ha celebrato nella parrocchia della Natività, a cinquant’anni dalla morte. Con lui monsignor Vincenzo Apicella, vescovo emerito di Velletri-Segni, don Dario Criscuoli, il parroco, e don Vincenzo Iosia, parroco emerito. Alla fine della celebrazione si sono fermati per qualche secondo in silenzio davanti alla tomba di Rovigatti. Sotto al nome scolpito sulla lapide, spiccano due parole: “Padre e pastore”. Riassumono la sua vita. Fatta di vicinanza alle persone, come dimostrano i suoi “gruppi del Vangelo”, una novità assoluta per gli anni ’50. Diventò parroco della Natività nel 1947 e vicegerente nel 1973. Fu un anticipatore della riforma liturgica del Concilio. Sua l’idea di inserire la dicitura “Parola di Dio” alla fine di ogni lettura.

«Non riuscivo a capire un applauso così forte a una bara – ha spiegato il vescovo ausiliare -, ma ho subito intuito che fosse un segno di vita e di amore, perché quando si vive per gli altri la risurrezione diventa davvero una certezza. L’immagine di quella sera – ha aggiunto – è la foto di un sacerdote immerso nella vita delle persone, in perfetta continuità con il battesimo di Gesù. Il suo corpo è qui, ma lui dal paradiso ci indica la strada verso Cristo», ha detto ancora Ricciardi, che poi si è soffermato sul Vangelo. «Il Signore – ha ricordato – ha iniziato la sua missione immergendosi nel fiume Giordano, mettendosi in fila come tutti gli altri per condividere questa sua umanità fino in fondo, anticipando l’esperienza della morte e della risurrezione.

Secondo il presule, «ci capita invece troppo stesso di dimenticare che anche noi possiamo immergerci in Dio, mentre ci lasciamo sommergere dalle preoccupazioni della vita». Infine, ha aggiunto: «La festa del Battesimo di Gesù ci faccia ripartire da Dio e il Giubileo ci spinga a metterci di nuovo in cammino per diventare pellegrini di speranza e per cercare la santità quotidiana sulla scia di don Luigi. Attraverso di lui – ha concluso – in tanti hanno visto il cielo aprirsi nella vita di tutti i giorni».

A dimostrarlo, le persone che hanno riempito la chiesa. Alcune di loro, prima della Messa, hanno lasciato una breve testimonianza. «Grazie ai “gruppi del Vangelo”, ho ritrovato la fede», racconta Giuseppe. Maurizio si ricorda invece con affetto di quando Rovigatti si preoccupava di preparare la pasta per tutti durante le gite. «Era davvero un padre», dice. «Ha forgiato la mia vita – aggiunge Claudio -. Ha sempre dato grande fiducia a noi laici».

In questo senso, secondo il vescovo Apicella, «Rovigatti, pur vivendo in una chiesa preconciliare, ha saputo guardare lontano, aprendo gli orizzonti e trasmettendo la speranza di vivere tempi nuovi». Quello che rimane di lui, conclude il parroco don Criscuoli, «è l’essere stato un sacerdote che ha vissuto in mezzo alle persone, lasciando un ricordo di santità».

13 gennaio 2025