Abdoulaye Mbodj, primo avvocato africano del Foro di Milano
Dal Senegal all’Italia: «La mia vita è una storia di speranza di una famiglia in cammino». Gli anni in oratorio, anche se musulmano, gli studi alla Cattolica e il lavoro con anziani e disabili
Immaginate un ragazzo di ventisei anni che decide di lasciare la propria terra, i propri figli, la propria moglie. Parte dal Senegal e arriva in Italia nel 1988, a Zingonia, in provincia di Bergamo. Non ha niente, né documenti, né certezze sul futuro. Si mette a vendere accendini a Milano, in piazzale Loreto. Guadagna pochissimo, non ha nemmeno i soldi per andare nel bagno della stazione. Due anni dopo arriva la sanatoria Martelli e gli cambia la vita. Si regolarizza, si ricongiunge con la sua famiglia e trasforma un vero e proprio salto nel buio in una bellissima testimonianza di integrazione. Brillano ancora gli occhi ad Abdoulaye Mbodj, suo figlio, mentre racconta per l’ennesima volta la storia di suo padre. È anche grazie a lui se nel 2012 è diventato il primo avvocato africano del Foro di Milano, dopo la laurea in giurisprudenza conseguita con 110 e lode alla Cattolica. «La mia vita si inserisce perfettamente nel Giubileo indetto da Papa Francesco, a cui va il mio augurio di pronta guarigione – sottolinea -. È una storia di speranza di una famiglia in cammino. Mio padre tenne duro, insegnandoci che nella difficoltà si può scegliere di non sfociare nell’illegalità».
Per lei è un grande punto di riferimento.
Si è spaccato la schiena per dare un futuro a me e ai miei fratelli. Ci ha permesso di studiare. L’istruzione rende davvero liberi. Mio papà lo ha sempre creduto.
E sua madre?
Da lei ho ereditato la determinazione. È una donna decisa, di grande cuore. Nelle famiglie africane, la donna ha un ruolo fondamentale, è il baricentro. Si dice “mamma Africa” non a caso.
Ha avuto altre figure importanti?
La maestra Maddalena Zavaglia. Mi faceva gratuitamente lezione di italiano nel pomeriggio, per farmi recuperare. Se non ci fosse stata lei, probabilmente sarei stato bocciato al primo anno delle elementari e il mio percorso sarebbe stato diverso. Anche i miei nonni hanno avuto un ruolo cruciale. Mi hanno cresciuto per un anno e mezzo, prima che raggiungessi i miei genitori in Italia. Mi hanno educato e mi hanno insegnato la speranza.
A loro, nel 2014, ha scelto di intitolare un’associazione.
Si chiama A.A.B.A. onlus. L’ho fondata con l’obiettivo di aiutare l’ospedale di Dakar, la mia città natale in Senegal, come forma di cooperazione internazionale. Abbiamo una partnership con l’ospedale di Crema, che ci dona dispositivi medici e presidi da spedire in Africa. Poi, una volta all’anno, alcune infermiere senegalesi vengono in Italia per un mese di training sanitario. È importante anche promuovere la formazione.
E la sua vocazione da avvocato come nasce?
Avevo già le idee chiare fin dalle scuole medie. Sono cresciuto guardando trasmissioni come “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto?”, che mi hanno fatto appassionare al mondo della giurisprudenza. Dopo il liceo, grazie alla complicità di mia madre, mi sono iscritto alla Cattolica. Mio padre non la prese molto bene, per via dell’aspetto economico. Gli promisi di vincere ogni anno la borsa di studio. E così è successo.
Lei è musulmano. Come è stato crescere in un ambiente cattolico?
Ho frequentato l’oratorio fin da piccolo e ho sempre ricevuto grande accoglienza. C’è una frase del cardinale Martini che cito sempre: «Chi è orfano della casa dei diritti, non può abitare in quella dei doveri». Sono parole illuminanti. Se manca uno di questi due elementi, la società non funziona. Per questo mi dispiace quando vedo tensioni tra le religioni monoteiste. Credo che siano più i punti in comune, che quelli che ci dividono. È importante, come dice Papa Francesco, essere «artigiani di pace».
Di che cosa si occupa nella sua attività di avvocato?
Presto consulenza legale agli enti sociosanitari delle diocesi. Occupandomi dei diritti degli anziani e delle persone con disabilità, posso coniugare la mia sensibilità etica con il desiderio di restituire un po’ di gratitudine al mondo cattolico, che per me ha fatto tanto.
È più tornato in Senegal?
Sì, sono molto legato alla mia terra. Ci vado spesso. Ora abbiamo un nuovo Presidente della Repubblica. È un Paese con tanta stabilità. Spero che nei prossimi anni riesca anche a prosperare.
Come vede, anche a livello europeo, la situazione dell’immigrazione?
Siamo in una fase di transizione. Sarà importante il contributo dell’Ue. Ci vuole un piano serio per aiutare i Paesi africani. Quando sento usare l’espressione “aiutiamoli a casa loro”, io ironizzo e dico: “Ma fatelo però!”. Non si può risolvere tutto semplicemente con una lista di Paesi sicuri. Quella, semmai, è la parte finale del discorso. A monte servono ragionamenti più articolati, che tengano conto delle specificità di ogni Paese. A questo proposito, vorrei ringraziare sentitamente gli amici di Sant’Egidio per il prezioso e quotidiano lavoro che fanno per gli immigrati e per tutte le persone in difficoltà, come gli anziani e i detenuti.
In questo senso, come giudica il Piano Mattei?
Questi progetti, in teoria, sono perfetti. Ma poi bisogna capire come vengono applicati nella realtà. Io spero davvero che il Piano Mattei possa portare risultati. Ma sarà anche un banco di prova per la maturità politica e imprenditoriale dei Paesi africani.
Rimanendo sull’attualità: a giugno ci sarà il referendum cittadinanza.
Secondo me, doveva essere il Parlamento a legiferare. È un tema che creerà maggiore spaccatura e che purtroppo verrà legato alla questione dell’immigrazione. La cittadinanza è la chiusura del percorso di integrazione, non il suo inizio.
Ha un sogno?
Più di uno. Vorrei che un percorso come il mio non facesse più notizia. Poi spero che il Senegal ce la faccia. E mi piacerebbe, un giorno, fare anche un’esperienza parlamentare, magari come deputato della commissione Giustizia alla Camera. Ma sempre tenendo a mente la logica dei “piccoli passi possibili”, come ci ha insegnato Chiara Corbella Petrillo.
20 marzo 2025

