Anziani e barriere architettoniche in casa: «Come se fossero chiusi in carcere»

Circa il 76% degli anziani abita in palazzi senza ascensore o gravati da barriere architettoniche. Il commento di Claudio Falasca, direttore dell’associazione “Abitare e Anziani”

Piano di lavoro sopra, spazio libero sotto. Per infilare la carrozzella o non avere inciampi per le stampelle, anche il modo di concepire una cucina dovrebbe essere rivisto per un Paese che invecchia. Via sportelli e scaffali quindi. La casa deve essere ripensata per le esigenze di chi ha superato i 65 anni e non ha più le capacità fisiche per sopportare pesi o stare in piedi. Di questi e altri esempi si è parlato al seminario organizzato dalla associazione AeA, Abitare e Anziani, costola della Auser, l’organizzazione per l’invecchiamento attivo. Prima di parlare di rivoluzione fra i fornelli, però, i relatori hanno illustrato il quadro molto serio che riguarda la terza età oggi alle prese con case senza ascensore, gradini, quartieri degradati e isolamento sociale.

Secondo i dati raccolti dall’associazione, l’80% degli anziani è proprietario dell’appartamento dove vive e il 70% ne è l’intestatario. Una quota elevata, circa il 76%, abita in palazzi senza ascensore o gravati da barriere architettoniche. «È come se fossero chiusi in carcere», ha commentato Claudio Falasca, direttore dell’associazione AeA, che ha sottolineato anche come il 7% della popolazione over 65 non abbia un impianto di riscaldamento – né autonomo né centralizzato – e il 19,4% possieda solo stufette, molto pericolose per il rischio intossicazione da monossido di carbonio. Far vivere meglio gli anziani, riqualificando il patrimonio immobiliare esistente dovrebbe essere quindi una priorità per i decisori e le amministrazioni.

«Il patrimonio pubblico – ha sottolineato
Graziano Gorla, della segreteria nazionale Fillea Cgil – risale agli anni ’60-’70 e negli ultimi anni è stato trascurato. Spesso parliamo di una progressiva assenza di manutenzione. Le ristrutturazioni sono state insufficienti». La soluzione secondo il sindacalista è ripartire dalla programmazione degli interventi. «Questo – ha commentato – è un Paese in cui non si programma ma si vive di emergenze. Ognuno ha le proprie responsabilità, dai Comuni al Parlamento. Oggi sono tanti gli elementi di spesa pubblica che possono essere utili ma non si mettono in pratica. La politica della casa va supportata con risorse certe che oggi non ci sono. Anche le norme devono essere certe. Per esempio – ha ricordato – non si è ancora capito per esempio se il bonus sismico è bancabile, quindi se è supportato dal credito dalle banche, per i condomini».

Per i relatori al seminario, le norme di tutela e abbattimento delle barriere architettoniche esistono. «Il problema è applicarle – ha osservato il direttore Falasca -. Il decreto sulle barriere architettoniche, per esempio, non è più rinviabile visto il numero di anziani». Sul tema della riqualificazione urbana come strumento per far vivere meglio gli anziani, che in questo modo possono contare su relazioni e servizi, sollecitazioni arrivano anche dall’Europa: «Il rapporto dell’Unione sugli anziani spinge affinché si collochi di nuovo l’attenzione sulla casa. La gente infatti vuole rimanere nella propria abitazione e non andare in istituto. Ma occorre nel frattempo migliorare la qualità dei rapporti di vicinato».

Intervenire sul degrado, strutturale e sociale, è un compito tuttavia imponente che andrebbe in capo «ai gestori di patrimoni pubblici – ha suggerito Falasca – e all’Inps che gestisce un grande numero di immobili». Critica verso la campagna elettorale che sta prendendo il via è apparsa Gianna Fracassi della segreteria Cgil nazionale. «Il tema dell’abitare della terza età è irrilevante nel dibattito pubblico del Paese – ha detto -. Le uniche riflessioni serie sono datate. Non si è fatto il conto con quello che stava e sta accadendo». Secondo la sindacalista il tema delle politiche abitative per gli anziani resta marginale anche nella contrattazione, «mentre – ha detto – dare una risposta ai bisogni primari delle persone ci consente di essere presenti nei contesti dove le risposte non le dà lo Stato ma le voci xenofobe, razziste e fasciste».

A fianco dell’analisi, sono tante le buone pratiche raccontate e realizzate in varie parti d’Italia per dare risposta alla domanda di un alloggio, una sistemazione adeguata alle esigenze e una rete di assistenza. Un esempio è “Il condominio solidale” aperto ad Osimo, in provincia di Ancona, dall’Auser. «Lo stabile – ha spiegato Manuela Carloni, responsabile della sezione regionale della associazione – è in affitto dalla Curia. Ogni inquilino ha la propria camera con bagno e condivide con gli altri uno spazio comune. Per far parte di questa comunità le persone vengono scelte dal nostro team di professionisti (psicologo, counselor e volontari formati) sulla base di un elenco offerto dai servizi sociali del comune».

Gli inquilini non sono solo anziani, ma anche mamme sole o giovani senza lavoro. «Il problema più grande – ha osservato Carloni – è superare le barriere culturali ed educare le persone ad abitare insieme e a trovare una soluzione collettiva dei problemi». Il progetto è partito grazie un bando di Unicredit foundation e avrà una durata di due anni. «Ma – ha concluso la rappresentante dell’Auser – stiamo lavorando con le istituzioni per fare in modo che il progetto possa diventare duraturo». (Elisabetta Gramolini)

 

12 gennaio 2018