La violenza nei media e l’intolleranza della realtà

Il goloso mercato della TV “on demand” si nutre di film debordanti sangue e stupri. Ma la donna-oggetto c’è anche nelle serate della televisione “in chiaro”. Occorre una riflessione di Elisa Manna

Questa mattina, 16 maggio, a Roma si è tenuto un importante convegno di cui non trovo eco nelle agenzie di stampa: il convegno, organizzato da Donne in Rete, era sui problemi dei centri antiviolenza a difesa delle donne sparsi in tutta Italia. Sono state snocciolate le cifre di una piaga difficile da digerire in un Paese che si crede civile, sono stati indagati i costi psicologici, di sofferenza, ed economici (in termini di assenze dal lavoro,counseling, ecc.).

A chi scrive era stato chiesto dagli organizzatori di presentare un approfondimento sulle radici antropologiche della violenza contro le donne: non ho potuto fare a meno di enumerarne diverse. L’individualismo sfrenato, figlio di un liberismo senza regole che ci ha lasciati stremati e senza risorse e che negli anni Ottanta sembrava la panacea di ogni problema; un soggettivismo, figlio d’altra matrice ideologica, che ci ha fatto credere che la nostra persona fosse il centro del mondo; un’in-cultura dell’incontro tra diversi, che pure invece dovrebbe appartenere al nostro Dna di migranti; una misoginia neanche tanto sommersa.

E poi i media, eh sì, ancora loro. Quando si parla di violenza in rapporto alle donne, pochi ricordano (forse pochi lo sanno) che il goloso mercato della TV “on demand” si nutre di film debordanti sangue, violenza, stupri, guarda caso proprio nei confronti delle donne. E, rimanendo alle più quiete praterie della televisione “in chiaro”, quante donne picchiate, oggettificate, minacciate si vedono nel corso di una serata.

Si dirà: è una questione che riguarda solo le donne. Neanche tanto, perché ormai l’oggettificazione e la rappresentazione della violenza interessano anche la figura maschile. Il fatto è che dobbiamo tornare a interrogarci sul tema dell’intolleranza, un fantasma che credevamo aver lasciato nel secolo scorso.

16 maggio 2013

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