Volontariato sanitario, la Messa di apertura dell’anno pastorale

Presieduta dal vescovo Leuzzi la celebrazione per gli operatori che svolgono il loro servizio nelle strutture ospedaliere. Monsignor Manto, direttore del Centro diocesano: «Il servizio ai malati è un inno alla vita» di Francesca Samà

Il volontariato come servizio, dono di sé e manifestazione d’amore per il prossimo. È stato questo il tema al centro dell’omelia tenuta dal vescovo Lorenzo Leuzzi, delegato per la pastorale sanitaria, nella Messa di apertura dell’anno pastorale del volontariato sanitario che si è svolta ieri, martedì 30 ottobre, nella basilica di San Giovanni in Laterano. A partecipare alla celebrazione i volontari di diverse associazioni della diocesi che quotidianamente stanno accanto ai malati, ai sofferenti e ai bisognosi.

«Voi tutti – dice il presule – siete la testimonianza dello Spirito del Signore tra i fratelli che sono nel dolore e il vostro operato, come racconta il profeta Isaia, risponde a una grande vocazione: “Portare il lieto annuncio ai poveri”. È il Signore – aggiunge – che attraverso il dono dello Spirito Santo ci chiama e ci invia a essere operatori della carità tra tutti coloro che soffrono». Il volontario si fa così strumento della beatitudine annunciata da Gesù, che passa, sottolinea il vescovo, «attraverso il mio donarmi al fratello dimenticando ogni interesse, perché farsi dono al prossimo significa essere misericordiosi». Nel mondo della salute, puntualizza il presule, «è urgente diffondere questa notizia: “Voglio il tuo bene e nient’altro”. Il volontariato non è una scelta al di fuori di noi, un “fare” per gli altri, ma un “essere” per gli altri e con gli altri». Da qui l’invito di monsignor Leuzzi ai volontari a continuare a stare accanto ai sofferenti che «hanno bisogno di essere circondati dall’amicizia e dalla simpatia di tutta la società». Alle sue parole si aggiungono a fine celebrazione quelle di don Andrea Manto, neo direttore del Centro diocesano per la pastorale sanitaria: «Il servizio dei volontari ai malati è un inno alla vita perché dimostra che tutti siamo importanti agli occhi di Dio e dell’intera comunità».

Fare volontariato significa quindi donarsi al prossimo ma anche “ricevere” dal fratello che soffre. A raccontarlo sono gli stessi volontari che prestano il loro servizio accanto ai malati. Maria Sara Spaccino, dell’Unitalsi, afferma che «stare con loro mi ha dato tanto perché ho trovato nella loro sofferenza il volto di Gesù. E aver provato questa sensazione mi aiuta a portare meglio la mia croce nelle incombenze di tutti i giorni». Di parere simile è Nadia Giuliani, anche lei dell’Unitalsi, che dice: «Prestare il mio servizio ai disabili mi ha fatto rendere conto di quanto sono fortunata a non avere problemi di salute. Ma soprattutto mi ha insegnato ad avere rispetto per le persone meno fortunate di me che con dignità e coraggio affrontano la loro malattia».

Queste persone, racconta Demetria Rovelli, referente dell’Avo (Associazione volontariato ospedaliero) per l’ospedale San Giovanni, «hanno spesso bisogno di una presenza amica, di un sorriso o di una carezza». A confermarlo Gian Piero Sbaraglia, presidente della sezione San Camillo de Lellis dell’associazione Misericordiae: «Da medico ho visto che i malati vogliono accanto persone che li curino ma che li accudiscano anche con amore e affetto». Sentimenti, questi ultimi, che per Silvio Roscioli, presidente Arvas Lazio (Associazione regionale volontari assistenza sanitaria), «scaturiscono dall’essere gli uni fratelli degli altri».

31 ottobre 2012

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