Bambino Gesù, “L’ospedale dei bambini”

La presentazione del libro di Andrea Casavecchia organizzata dall’Ac di San Barnaba. «Elementi caratteristici: cura, ricerca e umanizzazione»

All’origine della storia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù c’è il dono simbolico proprio di quattro bambini che nel febbraio del 1869, per il suo compleanno, regalarono alla madre il salvadanaio contenente i loro risparmi. I piccoli conoscevano infatti il desiderio della donna, la duchessa Arabella Fitz-James Salviati: dare un ricovero ai bambini malati di Roma che non potevano permettersi cure adeguate. Questo racconto, cuore del libro “L’ospedale dei bambini. 1869-2019. Una storia che guarda al futuro”, ha aperto l’incontro dedicato alla presentazione dell’opera scritta da Andrea Casavecchia ed edita da Rizzoli, che l’Azione cattolica parrocchiale di San Barnaba, nel quartiere Prenestino-Labicano, ha proposto venerdì sera, 26 febbraio, con una diretta on-line.

«A conclusione del mese della pace – ha spiegato Maria Tempesta, consigliere diocesano del settore adulti dell’Ac -, ci è sembrato bello parlare di questo libro proprio in riferimento al messaggio del Papa per la Giornata della pace di quest’anno, che invita a promuovere la cultura della cura come percorso di pace». Dopo la proiezione di un video-testimonianza di due parrocchiani, Enrico e Carmela, genitori di Giulia, morta a 15 anni per un sarcoma al polmone destro e curata a lungo nel reparto di Oncoematologia del Bambino Gesù, Alessandro Iapino, responsabile dell’Ufficio stampa dell’ospedale pediatrico più antico d’Italia e più grande d’Europa, ha raccontato come è nata l’idea del libro.

«Volevamo raccontare una storia appassionante e sorprendente in occasione dei 150 anni della struttura ospedaliera – ha detto -. Le fonti erano diverse e interessanti, come quelle legate al rifugio offerto a tanti ebrei nel corso della guerra, ma erano state tutte tramandate oralmente. Abbiamo voluto invece fissare nella memoria quei racconti, facendoli diventare storia». In particolare, Iapino ha messo in luce il filo rosso che lega passato, presente e futuro, ossia «il valore dell’accoglienza, che risulta essere un elemento fondamentale, a tal punto che si potrebbe parlare di terapia dell’accoglienza stessa, espletata in tutte e 5 le sedi dell’ospedale: quella storica del Gianicolo, quelle di San Paolo Fuori le Mura e di viale Baldelli a Roma e poi le due sul litorale laziale, a Palidoro e a Santa Marinella. Un totale di 607 posti letto, di cui 40 di terapia intensiva e 22 di semi intensiva neonatale».

Dei circa 10mila bambini che ogni anno vengono curati al Bambino Gesù, infatti, «circa il 30% proviene da fuori regione – ha illustrato il referente -, con il 45% che è di origine straniera. Questo implica l’accoglienza totalmente gratuita offerta a 5.500 famiglie in 200 stanze dedicate e una media di 10mila mediazioni culturali all’anno in 70 lingue, con l’impiego di 700 volontari afferenti a 45 associazioni». Ancora, «sono 145 i pazienti umanitari, provenienti da oltre 40 Paesi, le cui cure sono sostenute completamente dall’ospedale». Questi numeri, per l’autore Casavecchia, sociologo e dottore di ricerca in Scienze sociali all’Università Roma Tre, dicono dei «tre elementi caratteristici del Bambino Gesù, fin dalla sua fondazione, in via delle Zoccolette: la cura, la ricerca e l’umanizzazione, che implicano un’attenzione alla persona, testimoniata fin dalle origini dalla figura delle vigilatrici – ha spiegato -. Con un ruolo che si può definire precedente a quello professionale delle infermiere, si prendevano cura dei bambini in un ospedale che, all’inizio, era un luogo completamente chiuso, interdetto ai sani, e quindi anche ai genitori dei piccoli. Tra i requisiti richiesti per la loro mansione, la tenerezza e la capacità di stare con i bambini, tanto che i documenti ci dicono che se si fossero arrabbiate, sarebbero state cacciate».

Con il passare degli anni, «nonostante in un primo tempo le suore Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli che curavano i piccoli malati fossero contrarie, venne concesso l’ingresso ai genitori, che si rivelarono tra l’altro capaci di riconoscere nei figli dei segnali non sempre così chiari ai medici – ha continuato Casavecchia -, fino ad arrivare al 2000, con la creazione di una rete di accoglienza per quei genitori che, venendo da fuori regione, specialmente dal Sud Italia, si ritrovavano a dormire in macchina o nei camper».

Da ultimo, Casavecchia ha spiegato perché ci si riferisca al Bambino Gesù chiamandolo anche “l’ospedale del Papa”. «Nel 1924 la famiglia Salviati donò l’ospedale a Pio XI, per consegnarne il futuro nelle mani dei pontefici – ha ricordato -. Giovanni XXIII nel 1958 fu il primo Papa a salire al Gianicolo a sorpresa, dopo la recita dell’Angelus di Natale, mentre Paolo VI è l’unico Papa che, ad oggi, ha celebrato la Messa nella cappella dell’ospedale e Francesco è stato invece il primo a visitare la sede di Palidoro».

1° marzo 2021