Bambino Gesù, un mini-cuore artificiale salva una bambina di 3 anni

Autorizzato l’uso di un dispositivo miniaturizzato di assistenza ventricolare prossimo alla sperimentazione negli Usa. È il secondo intervento al mondo dopo quello del 2012, sempre all’ospedale della Santa Sede

50 grammi di peso, per una lunghezza di 15 millimetri. È il mini-cuore artificiale che ha salvato la vita di una bambina di 3 anni, ricoverata all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. La struttura della Santa Sede ha ottenuto l’autorizzazione straordinaria dalla Food and drug administration (Fda) americana e dal ministero della Salute italiano per l’utilizzo di una pompa cardiaca miniaturizzata (l’Infant Jarvik 2015), la cui sperimentazione clinica partirà prossimamente negli Stati Uniti. È stato il secondo intervento al mondo, dopo quello del 2012, eseguito sempre al Bambino Gesù.

Il dispositivo è stato sviluppato all’interno del programma statunitense PumpKIN (Pumps for Kids, Infants and Neonates), con l’obiettivo di mettere a punto il primo dispositivo miniaturizzato di assistenza ventricolare intracorporeo per i bambini più piccoli (sotto i 25 chili di peso) tra quelli in attesa di trapianto a causa di anomalie cardiache congenite o insufficienze cardiache severe, per i quali i dispositivi già esistenti non risultano purtroppo appropriati. La Fda ha da poco approvato una sperimentazione pilota per il nuovo dispositivo, realizzato dalla Jarvik Heart Inc., che ha superato i vari ostacoli tecnici incontrati, riportando eccellenti risultati negli studi preclinici.

«Il National heart lung and blood institute (Nhlbi) ha iniziato il programma PumpKin nel 2004 per finanziare lo sviluppo e la valutazione clinica del Jarvik 2015 Vad e di altri dispositivi simili, poiché i bambini con insufficienza cardiaca avevano a quei tempi un numero davvero ridotto di opzioni che gli consentisse di rimanere in vita», spiega Timothy Baldwin, responsabile Nhlbi del progetto PumpKIN. «Questo è vero ancora oggi», aggiunge, sottolineando che «tenendo conto di tutti gli sforzi fatti per arrivare fino a questo punto, l’apparente successo del primo impianto effettuato presso il Bambino Gesù è per noi molto gratificante. Mentre ci prepariamo all’inizio della sperimentazione clinica qui negli Stati Uniti, quest’esperienza ci aiuterà a capire meglio come funziona il dispositivo e come prenderci cura al meglio dei delicati pazienti tenuti in vita grazie al Jarvik 2015».

In una nota diffusa dal Bambino Gesù, viene spiegato che la bambina ricoverata nel luglio scorso, «affetta da miocardiopatia dilatativa e in lista di trapianto cardiaco, aveva già subito l’impianto di un Berlin Heart, un cuore artificiale paracorporeo, che necessita l’ausilio di una consolle esterna collegata con cannule al torace del paziente, edun episodio di emorragia cerebrale dal quale si sta lentamente riprendendo. Successivamente, per un recupero della funzione cardiaca, era stata tentata la rimozione del Berlin Heart senza successo». La piccola è stata quindi nuovamente assistita «con un sistema temporaneo di assistenza cardiocircolatoria anche a causa di una infezione dei tramiti delle precedenti cannule», poi «previo consenso della Fda, del ministero della Salute e del Comitato etico dell’Ospedale, l’intervento è stato eseguito dal dottor Antonio Amodeo e la sua équipe il 2 febbraio e la piccola è stata estubata dopo 10 giorni. Attualmente le condizioni sono buone, in attesa del trapianto cardiaco».

il mini-cuore artificiale impiantato nella bambina è un modello interamente toracico, alimentato da una batteria esterna. Il vantaggio è quello di non obbligare i pazienti all’ospedalizzazione fino al momento del trapianto. Il dispositivo, spiegano dall’ospedale, è composto da una pompa intraventricolare del diametro di 15mm, della lunghezza di 5cm e del peso di 50 grammi (dimensioni paragonabili a quelle di una batteria AA o “stilo”), realizzata per supportare la circolazione di pazienti a partire dagli 8 kg di peso e fino a un’età di circa 10 anni. Il mini-cuore può garantire un supporto a lungo termine per quei bambini per i quali non si trova un organo compatibile per procedere con il trapianto, consentendo loro migliori condizioni di vita. Al dispositivo infatti è collegato un cavo addominale per la ricarica che permette la dimissione a casa del paziente. Nei prossimi mesi negli Stati Uniti partirà il clinical trial per il dispositivo. Il Bambino Gesù sarà capofila per il progetto europeo per l’ottenimento del marchio CE del dispositivo. «Se le premesse di minore morbidità e mortalità verranno confermate dai clinical trial che inizieranno entro il 2018, si tratta di una vera rivoluzione nel mondo dell’assistenza meccanica pediatrica», spiega Amodeo, responsabile Ecmo e assistenza meccanica cardiorespiratoria e trapianto di cuore artificiale del Bambino Gesù.

23 aprile 2018