Buonomo: «”Fratelli tutti”, sintesi dell’idea di pace»

Il rettore della Lateranense commenta la terza enciclica di Papa Francesco, firmata il 3 ottobre sulla tomba di Francesco d’Assisi. «Il dialogo, la cosa più difficile»

Nella foto, il rettore della Pontificia Università Lateranense Vincenzo Buonomo

«Sintesi dell’idea di pace». È questa la definizione che Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense, utilizza per descrivere in due parole “Fratelli tutti”, la terza enciclica di Papa Francesco firmata ad Assisi, sulla tomba di san Francesco, sabato 3 ottobre e divulgata al mondo domenica 4, giorno in cui la Chiesa fa memoria del Poverello con il dono delle stigmate. In 8 capitoli e 287 paragrafi, il documento è una riflessione sulla fraternità e l’amicizia sociale, temi sui quali Bergoglio è più volte intervenuto negli otto anni del suo pontificato nel solco della dottrina sociale della Chiesa. Ne abbiamo parlato con il rettore, che è il primo laico dal 2018 alla guida dell’università del Papa.

Papa Francesco ha consegnato l’enciclica sociale «come un umile apporto alla riflessione » con le persone di buona volontà. L’università aprirà uno studio e una meditazione sul nuovo documento?
Faremo una riflessione avviata su due filoni fondamentali: individuare il metodo che l’enciclica dà per poter costruire la fraternità e il mettersi insieme della famiglia umana. Poi un approfondimento dei diversi oggetti che l’enciclica offre per poter garantire gli strumenti concreti per realizzare la fraternità, che non è un’astrazione. Il Papa ce la pone come un obiettivo ma allo stesso tempo ci dà la possibilità di realizzarla in concreto con piccoli o grandi gesti. All’università spetta un approfondimento nella linea del magistero sociale e delle diverse espressioni di formazione e culturali presenti – dall’aspetto teologico a quello filosofico e giuridico -. È impegnata in tutte le sue caratteristiche per poter dare all’enciclica il giusto valore, cioè uno strumento che può percorrere la vita della Chiesa e della famiglia umana nei prossimi anni.

Papa Francesco rimarca più volte che il dialogo è l’unica via percorribile per essere fratelli. I giovani dialogano? L’università ha un ruolo nel generare fraternità?
Il dialogo è la cosa più difficile e il Papa lo indica come metodo essenziale in vista della fraternità. Dialogare significa poter perdere o confrontare le proprie convinzioni, poter acquisire elementi nuovi, poter impadronirsi di una scienza e di quello che può essere la lettura della realtà. Tutto questo appartiene alla dinamica universitaria. Quindi l’università è messa direttamente in discussione. Dall’altra parte il metodo costa sacrificio perché a volte abbandonare un’idea, una teoria, un modo di pensare, è molto più difficile che abbattere dei muri fisici. Siamo ulteriormente chiamati a essere attenti a non leggere il negativo sulla realtà dei giovani, i quali hanno un loro modo di dialogare. È compito degli adulti individuarlo e sta all’università intercettare i modi attraverso cui garantire il dialogo tra i giovani. Dobbiamo essere in grado di rispondere e captare il nuovo che avanza, i “segni dei tempi” che vanno non solo letti e interpretati ma realizzati per quello che può essere la nostra competenza.

Nell’enciclica il Papa riflette su tutti i grandi drammi dell’umanità. Quali aspetti l’hanno toccata particolarmente?
Per affezione, dal punto di vista della materia, mi hanno colpito da una parte tutte le questioni che riguardano il mondo e la vita internazionale, i temi della guerra, della pena di morte, quelli che sono maggiormente legati a una dimensione che il Papa definisce la buona e la sana politica. Ma ci sono altri passaggi che secondo me sono importanti in una dimensione universitaria che vuole essere interdisciplinare, transdisciplinare. Penso al ruolo dell’economia, al significato della globalizzazione in una prospettiva che non è soltanto di carattere sociologico ma è teologico, filosofico e pastorale per coloro che operano quotidianamente all’interno delle strutture ecclesiali e nella vita della Chiesa. C’è un fiorire di situazioni e c’è soprattutto la lettura del mondo di oggi attraverso quella sapienza che è propria della visione cristiana. Credo che l’immagine più bella che alla fine mette insieme tutte le tematiche è quella del buon samaritano. In esso non c’è soltanto la sintesi di una carità vissuta o di una condivisione ma di una unità tra quello che può essere l’aspetto e il profilo del pensiero e dell’azione. Opere e pensiero sono sostanzialmente il binario su cui deve correre qualunque uomo di buona volontà.

12 ottobre 2020