Caos in Corea del Sud, i vescovi: «Il presidente si scusi con il popolo»

Previsto entro fine settimana il voto per la messa in stato d’accusa del presidente Yoon Suk-yeol, dopo il caos della legge marziale dichiarata e poi ritirata. Migliaia le persone in piazza

«Il presidente deve affrontare direttamente i cittadini, spiegare gli eventi che hanno portato alla proclamazione e alla revoca della legge marziale, scusarsi sinceramente con il popolo e assumersi la responsabilità per quanto accaduto». A dare voce alla Chiesa cattolica della Corea è il presidente della Conferenza episcopale Matthias Iong-hoon Ri, in una nota rilanciata anche dal Sir, esponendone la posizione ufficiale, in un momento in cui  migliaia di persone sono scese in piazza a Seul marciando verso il palazzo presidenziale scandendo slogan e agitando cartelli contro il capo dello Stato. Il motivo: il caos della legge marziale dichiarata e poi ritirata dal presidente.

Per tutta la giornata si sono tenute proteste in Corea del Sud, mentre i gruppi della società civile si sono mobilitati per una manifestazione di massa serale a Seul, alla quale si prevede la presenza di almeno 30mila persone. Migliaia le persone che hanno marciato verso l’ufficio di Yoon nel centro di Seul e anche il Parlamento continua a essere presidiato da manifestanti. È «possibile già entro la fine della settimana» infatti, secondo i media locali, la votazione sulla messa in stato d’accusa del presidente, con il deposito della mozione di impeachment in Parlamento. Maggioranza e opposizione infatti si sono unite nella richiesta di dimissioni di Yoon, dopo il voto parlamentare congiunto per bloccare la mossa presidenziale e la successiva dichiarazione di revoca approvata intorno alle 4.30 locali (le 20.30 di ieri, 3 dicembre, in Italia) durante una riunione di gabinetto.

Il presidente «ha violato gravemente e ampiamente la Costituzione e la legge», si legge nella mozione di impeachment, nella quale si evidenzia che l’imposizione della legge marziale è stata motivata «non da preoccupazioni per la sicurezza nazionale ma dall’intento di eludere le indagini sulle accuse di rilievo penale che coinvolgono il presidente Yoon e la sua famiglia». La richiesta, insomma, è quella di un passo indietro.

Parla di anomalie procedurali anche il presidente dei vescovi coreano, riferendo lo scoramento di molti cittadini. «Secondo l’opinione unanime degli esperti di diritto costituzionale – afferma -, la proclamazione della legge marziale da parte del presidente Yoon Suk-yeol solleva molteplici questioni di legittimità procedurale. Sebbene la legge marziale sia stata revocata su decisione dell’Assemblea nazionale, resta dubbio se fosse realmente necessario proclamare una misura così grave e urgente, soprattutto considerando che è stata revocata dopo appena sei ore». Il presule dà quindi voce a una serie di domande, chiamando il presidente a rispondere. «Molti cittadini – rileva – si interrogano sulla correttezza di una decisione così drastica come la proclamazione della legge marziale nel contesto attuale della Corea del Sud del 2024. Era davvero una decisione appropriata, soprattutto considerando che non vi sono evidenti minacce di invasione da parte di nemici esterni o di guerra imminente? Inoltre, proclamare la legge marziale improvvisamente nel cuore della notte, senza una reale emergenza visibile, è stata una scelta adeguata per un comandante supremo delle forze armate?».

Nella nota della Conferenza episcopale si volge lo sguardo al passato, ricordando che «la democrazia del nostro Paese è stata costruita con grandi sacrifici. La Chiesa cattolica coreana sostiene e si impegna fermamente a preservare la nostra democrazia, frutto del sangue e del sudore di molte persone nel corso degli anni. Esortiamo con forza il presidente Yoon Suk-yeol e il governo a rispondere sinceramente alle richieste della Chiesa cattolica coreana e dei cittadini», è la conclusione.