Capitano Ultimo: cittadinanza attiva e legalità, contro l’autoritarismo

Alla Salesiana l’incontro con il colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, che nel ’93 arrestò Totò Riina, in apertura del ciclo su “Mafie, impegno e responsabilità”

C’erano soprattutto tanti giovani, studenti dei licei e degli atenei romani, ieri sera, 14 gennaio, ad ascoltare nell’aula Paolo VI della Pontificia Università Salesiana, nel quartiere Nuovo Salario, l’intervento di Sergio De Caprio, quel Capitano Ultimo che nel 1993 arrestò il boss mafioso Totò Riina. L’intervento del colonnello dei Carabinieri ha aperto il ciclo di sei incontri sul tema “Un percorso di libertà. Mafie, impegno e responsabilità”, promosso dalla facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’ateneo salesiano e da Libera, l’associazione di promozione sociale presieduta da don Luigi Ciotti e impegnata a sollecitare la società civile nella lotta alla criminalità organizzata.

A Gabriele del Liceo Aristofane, che gli ha chiesto se «dopo solo 13 anni di servizio nell’Arma era pronto a un’impresa come quella dell’arresto di un capo della mafia e alle sue conseguenze» – da allora De Caprio conduce una vita sotto scorta e con la necessità di coprirsi il volto per non essere identificato e riconosciuto a causa delle minacce di morte della mafia -, Capitano Ultimo, rifiutando per sé il ruolo di “eroe”, ha risposto che «nessuno è mai pronto: se lo siamo alla perfezione significa che si tratta di un’esercitazione, non di una battaglia. È nella vita vera che ognuno di noi deve misurarsi e donarsi per l’altro, ogni giorno, con quello che ha e con quello che è, in nome dell’amore».

Il militare ha poi sottolineato come «in un Paese in cui non mancano le leggi per la lotta all’ingiustizia e che vanta una delle Costituzioni migliori al mondo, ciò che non c’è, molto spesso, è l’impegno sociale per la legalità» e questo a causa «di una certa cultura diffusa secondo la quale è possibile piegare la legge agli interessi personali»; per sconfiggere questo «pensiero comune è necessario intervenire costruendo un adeguato percorso di formazione che smuova la coscienza e la consapevolezza di ciascuno». Perché per Capitano Ultimo – che ha fondato una casa famiglia alla periferia di Roma e promuove progetti di solidarietà –
«troppo spesso non siamo consapevoli di come esista nella società un immenso esercito che non si riconosce come tale: quello fatto di persone comuni che praticano la fratellanza e l’uguaglianza nella quotidianità, con semplicità, conducendo una vera lotta con il proprio impegno per il bene comune». Solo se si perseguono questi obiettivi, «praticando una vera cittadinanza attiva – ha continuato De Caprio – si combattono le diverse forme di autoritarismo» perché «oggi in tanti cercano di esercitare il dominio e imporre forme di dipendenza di diverso tipo»; a queste è necessario sottrarsi «essendo solidali e fraterni, sfamando chi ha fame, ospitando chi ne ha bisogno, senza particolari azioni rivoluzionarie ma ripartendo dalle nostre radici cristiane: praticare la fratellanza è semplicemente essere persone civili».

Anche don Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana, ha richiamato l’importanza della responsabilità sociale osservando come «i cittadini non sono sempre coscienti della gravità delle malattie istituzionali che interessano lo Stato» e per questo «sottovalutano o accettano come normali fenomeni quali la corruzione o la criminalità organizzata». Ecco quindi «la necessità di un processo di “coscientizzazione” affinché si abbia piena consapevolezza che determinate azioni hanno una ricaduta negativa sulla qualità di vita di ciascuno di noi» e di un «intervento formativo e culturale, poiché oggi manca una educazione alla verità in termini di crescita personale».

In sintonia con queste constatazioni anche le conclusioni di Capitano Ultimo: «È importante educare i più giovani alla discontinuità, a rompere i meccanismi “comodi” della routine – ha detto con forza – e noi adulti dobbiamo accettare di essere contestati, ne abbiamo bisogno per tornare ad autodeterminarci e non accettare il dominio passivo», laddove «autodeterminarsi è differente dall’essere autosufficienti: in questo secondo caso a vincere è l’egoismo mentre l’obiettivo primario deve essere il bene comune».

Il prossimo appuntamento in calendario è quello del 4 febbraio sul tema “Le mafie tra vecchi affari e nuovi volti” con l’intervento di Antonietta Picardi, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Il 25 febbraio invece si parlerà di “Corruzione e mafie nella cultura” con il filosofo Vittorio Alberti, officiale del dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Le altre date in agenda sono quelle del 17 e 31 marzo e quella conclusiva del 21 aprile con “Il racconto delle mafie nelle fiction, nel cinema e nei social”.

15 gennaio 2020