Ceneri, Francesco: «Piangiamo per non essere ipocriti»

Il Papa, celebrando il primo giorno di Quaresima nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, è tornato a chiedere il «dono delle lacrime» soprattutto per i sacerdoti

Il Papa, celebrando il primo giorno di Quaresima nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, è tornato a chiedere il «dono delle lacrime» soprattutto per i sacerdoti

Terra e acqua, ceneri e lacrime. Segni di penitenza ma anche di rinascita, di riconciliazione con il Padre. Le une cosparse pubblicamente sul capo per ricordare che alla polvere ritorneremo, le altre da spargere in privato, una volta chiusa la porta, accanto al Padre che “vede nel segreto”. È un invito alla tenerezza quello che arriva da Papa Francesco nel primo giorno di quaresima, celebrato tradizionalmente dalla Curia romana nella basilica di Santa Sabina, dove il pontefice invoca il «dono delle lacrime». Con le parole del profeta Gioele, nella sua omelia, Francesco si rivolge specialmente ai sacerdoti: «Tra il vestibolo e l’altare piangano i ministri del Signore».

Da qui la domanda che il Papa rivolge a tutti coloro che lo hanno accompagnato, in processione penitenziale, da Sant’Anselmo a Santa Sabina sull’Aventino; ai consacrati, ai vescovi, ai cardinali, a se stesso chiede: «Il pianto è nelle nostre preghiere? Ritornare al Signore con tutto il cuore significa intraprendere una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona». Quel luogo, segreto, nel quale il Vangelo del Mercoledì delle Ceneri, pone la «ricompensa del Padre»; là dove non si «suona la tromba quando si fa l’elemosina» e dove la “sinistra” non sa “ciò che fa la tua destra”. In questo luogo, le lacrime renderanno «il nostro cammino di conversione sempre più autentico e senza ipocrisia».

Poco prima dell’imposizione delle ceneri sul capo – il Papa le ha ricevute dal cardinale presbitero di Santa Sabina, lo slovacco Jozef Tomko -, Francesco riprende più volte il brano del Vangelo di Matteo appena proclamato: «Gesù rilegge le tre opere di pietà previste dalla legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Nel corso del tempo queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità sociale. Gesù mette in evidenza una tentazione comune in queste tre opere»: l’ipocrisia.

E il Papa conta quante volte, nel testo dell’evangelista, è citata questa parola, «ben tre volte» dice, per poi aggiungere «Sapete fratelli che gli ipocriti non sanno piangere, hanno dimenticato come si piange e non chiedono il dono delle lacrime. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce in noi il desiderio di essere stimati e ammirati per questa buona azione, per ricavarne soddisfazione. Gesù ci invita a compiere queste opere senza alcuna ostentazione, e a confidare unicamente nella ricompensa del Padre “che vede nel segreto”». Ricompensa che è «misericordia», dice il Papa, quella di Dio che non si stanca dei nostri peccati e che «ci chiama alla conversione» in questo tempo forte: «siamo creature limitate – conclude Francesco -, peccatori sempre bisognosi di penitenza e di conversione. Quanto è importante ascoltare ed accogliere tale richiamo in questo nostro tempo! L’invito alla conversione è allora una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui».

19 febbraio 2015