Censis: segnali di reazione, in una società ansiosa e sfiduciata

Presentato il 53° Rapporto: un quadro scuro, segnato da pulsioni antidemocratiche, ma con alcuni punti di ancoraggio per invertire la rotta

Una società che «vive e sente uno spirito nuovo»: è il quadro del Paese che emerge dal 53° Rapporto Censis presentato questa mattina, 6 dicembre, a Roma. Una società che «ha guardato a lungo inerte il cedimento delle sue strutture portanti, con un cinico adeguamento alla navigazione inerziale», e che ora però, «puntellando se stessa», cerca una soluzione. «Piastre di sostegno» strutturali e «muretti a secco» innalzati a livello di base per arginare il declino e provare a reagire allo sgretolamento. Sono questi gli elementi che spiccano nel paesaggio descritto dal Rapporto su “La società italiana al 2019”, al netto delle «nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale» e dei fenomeni di «corrosione» delle «giunture» del sistema Paese.

Il decennio che volge al termine, spiegano i ricercatori, è «un tempo segnato dal rincorrersi di avvisi su una imminente frattura sociale, sul perdurare della crisi dell’occupazione e dei redditi, sulla perdita di tenuta delle istituzioni nazionali e locali, sulla fragilità del territorio e delle sue infrastrutture». Eppure negli ultimo mesi si sono accentuate «reazioni positive, di contrapposizione a una prospettiva di declino. Si chiude un decennio che, negli spazi vuoti d’iniziativa e di responsabilità collettive, lascia aperta la possibilità di rinnovamento e di nuovo sviluppo». L’anno che si va chiudendo, insomma, rafforza l’impressione che l’adeguamento verso il basso «non può proseguire senza limiti, senza porre argini o individuare punti di sostegno per frenare lo sgretolamento, per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione».

A interrompere, almeno in parte, il «franare» del Paese, la ricostruzione – o il rattoppo – di alcune «piastre di sostegno» a cui ancorare «non una nuova fase di crescita ma almeno un cambio di rotta». La prima: la dimensione manifatturiera, industriale, del nostro sistema produttivo e «la sua capacità di innovare e, almeno in parte, di trainare la crescita». Quindi, il consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico. Ancora, la terza piastra individuata dal Censis è «la nuova sensibilità ai problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio», che «muove a una spontanea e diffusa partecipazione». A seguire, il «risparmio privato», che «ha permesso una sostanziale tenuta sociale», ma, «in parte per ragioni politiche, in parte per la percezione d’insicurezza»,  «sembra restare una polizza assicurativa più che un’opportunità». L’ultima piastra di sostegno descritta è la «dimensione europea». Sempre meno, spiegano i ricercatori, si addossano ai processi di convergenza europea le responsabilità delle difficoltà nazionali e locali e «sempre più si alimenta il dibattito sulla capacità delle strutture comunitarie di rinnovare contenuti e mezzi dello sviluppo».

Illustrata nel rapporto anche la contrapposizione dal basso al declino sociale, attraverso l’immagine di quei «muretti in pietra a secco», tipici del paesaggio ambientale e culturale italiano. «Una multiforme messa in opera di infrastrutture di contenimento dei fenomeni erosivi generati dalla difesa solitaria dei singoli – si legge nel testo -, grazie a processi temporanei e tempestivi di appoggio». Come ad esempio la «fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale, in un contesto finanziario e amministrativo generalmente povero, dove però una buona intuizione può diventare una buona impresa». O ancora, i tanti «festival, sagre, eventi culturali di ogni genere e scopo», che «valgono come affermazione di identità e di comunità locale, occasione economica per l’attrazione turistica, luogo di elaborazione di prospettive e di confronto intellettuale, prosceni per la tecnologia, la ricerca, l’innovazione, l’educazione». Ultimo esempio: «Alcuni segmenti produttivi capaci di resistere alla crisi e rilanciarsi affermando un primato mondiale per design, tecniche costruttive, sapienza artigianale applicata su scala industriale, in nicchie dell’export mondiale».

Non manca una diagnosi severa sul decennio che si conclude rimanendo politicamente incompiuto. «I limiti della politica attuale – è evidenziato nel Rapporto – sono nella rassegnazione a non decidere. Non per aver scelto, ma per non averlo fatto, la politica ha fallito e ha smarrito se stessa». La conseguenza è che «viviamo in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso ma che non c’è mai stato. Non si vede ambito – insiste il Censis – nel quale non è mancata solo una solida visione di società possibile ma anche il tentativo di una timida ancorché concreta rimodulazione dei processi: nella scuola, nella giustizia, nella sanità, nella fiscalità, nel quadro istituzionale». Secondo l’analisi del Rapporto, «vedendo cadere al suo punto più basso l’interesse a fare politica, a essere presenti e partecipi alla responsabilità collettiva, gli italiani non si sentono orfani: più semplicemente si sono disconnessi dalla politica, limitandosi al più ad osservarla, come in un reality». Tuttavia, «la consapevolezza che la sfiducia sembra prevalere sulla speranza, che il processo di sviluppo sociale si è interrotto, che la politica ha fallito, non è abbastanza per offuscare lo sguardo e il bisogno di reagire e guardare avanti che la società esprime». Certo, i segnali di contrapposizione a un racconto al ribasso «sono ancora deboli» ma, è la tesi dei ricercatori Censis, «nella reazione al vortice della crisi e nell’avvio di nuovi e diversi processi di consolidamento dello sviluppo il nostro popolo si sta aprendo alla speranza».

Resta, quella italiana, «una società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia», che ora paga il conto della «disillusione», dopo gli anni dell’«eccezionale cambiamento epocale, condensato in pochissimi anni, nei quali il furore di vivere degli italiani li ha riportati tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare». Basti pensare che il 75% degli italiani non si fida più degli altri. «L’altro prezzo da pagare sono le crescenti pulsioni antidemocratiche»: il 48% degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni; dato che sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai. Il Rapporto mette in luce anche «il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita»: rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321mila occupati in più, ma il boom del part time involontario e di altre forme di lavoro ridotto ha fatto sì che oggi le ore lavorate siano 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e le unità di lavoro equivalenti 959mila in meno. «Più occupati, meno lavoro», insomma. Ultimo punto: lo «tsunami demografico». L’Italia è «rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite» e con conseguenze gravi soprattutto per le regioni meridionali, investite da un nuovo «grande esodo».

6 dicembre 2019