Dat, Centro studi Livatino: «A Nuoro non biotestamento ma eutanasia»
Magistrati, docenti universitari e avvocati dell’organizzazione intervengono sul caso di Patrizia, 49 anni, malata di Sla: la prima italiana a “sfruttare” la legge, morta il 3 febbraio, a casa sua
È morta per soffocamento, Patrizia Cocco, 49 anni, da 5 anni in lotta contro la Sclerosi laterale amiotrofica: nella sua casa di Nuoro sabato 3 febbraio ha salutato familiari e parenti, dopo aver chiesto di spegnere la macchina che le consentiva di respirare, non essendo più in grado di farlo da sola. Un caso, il suo, che rappresenta la prima applicazione chiesta e ottenuta della legge sul biotestamento approvata nel dicembre scorso dal Parlamento italiano. Patrizia non aveva lasciato scritte Disposizioni anticipate di trattamento ma la legge prevede che la volontà del paziente vada assecondata, anche quando comporta la sospensione di supporti vitali, pure se in assenza di condizioni di “terminalità”.
Diverso il parere dei giuristi del Centro Studi Rosario Livatino. «È difficile – scrivono in una nota – mantenere un distacco razionale di fronte alla lancinante esperienza di una patologia grave, che si cronicizza e provoca dolore crescente. Se però viene chiamata in causa la legge sul biotestamento appena approvata, è doveroso chiedersi se tale richiamo sia corretto». Per i magistrati, docenti universitari e avvocati che si riconoscono nell’organizzazione infatti, «se la vicenda di Nuoro è presentata come la prima applicazione di quella legge, va detto che la volontà della paziente è stata espressa in forma diretta, senza alcuna “anticipazione”: quindi non vi è stato alcun “testamento”».
In questo caso, secondo gli esperti, «si tratta invece della disciplina del consenso informato, secondo la quale (comma 5 dell’art. 1 della nuova legge) il paziente può rinunciare a “trattamenti sanitari necessari per la propria sopravvivenza”, fra i quali è fatta rientrare la ventilazione artificiale». Nel caso avvenuto a Nuoro, «la sedazione inserita in una procedura che prevede la sospensione di sostegni vitali non è funzionale a calmare la sofferenza bensì a porre fine alla vita di un paziente per il quale non si prospetta una morte imminente. Se le parole hanno un senso – proseguono -, quello di Nuoro è un caso di eutanasia: per omissione quanto alla sospensione della ventilazione artificiale e attiva quanto alla cosiddetta sedazione profonda».
Questo, si legge nella nota diffusa dal Centro studi, «è grave in sé, ed è grave perché per il medico la legge formalmente non prevede l’obiezione di coscienza: lo ha riconosciuto a suo tempo in Parlamento il ministro della Salute». Il caso di Nuoro «da un lato indica l’eutanasia come “rimedio” che l’ordinamento prospetta a chi soffre, dall’altro conferma l’assenza di qualsiasi tutela per il medico che non intende seguire pratiche di morte».
6 febbraio 2018

