Comunicazione: «Tv e radio si rafforzano sul web»

Presentato il 16° Rapporto Censis: “I media e la costruzione dell’identità”. «Fermata l’emorragia di lettori per la carta stampata». Crescono aggregatori di notizie in rete e portali

È dedicato al tema “I media e la costruzione dell’identità” il 16° Rapporto Censis sulla comunicazione, presentato ieri, 20 febbraio, nella Sala Zuccari del Senato dal direttore generale Massimo Valeri. «Tv e radio si rafforzano sul web»: è una delle prime novità in evidenza. «Nel 2019 la fruizione della televisione è stabile ma si registra una flessione dei telespettatori della tv tradizionale (il digitale terrestre: -2,5% in un anno) mentre resta salda l’utenza della tv satellitare (-0,1%) e crescono significativamente la tv via internet (web tv e smart tv salgono al 34,5% di utenza: +4,4% in un anno) e la mobile tv (che è passata dall’1% di spettatori nel 2007 all’attuale 28,2%, con un aumento del 2,3% solo nell’ultimo anno)», si legge nell’indagine. Si combinano sempre di più «programmazione lineare e palinsesti personali». E «la radio continua a rivelarsi all’avanguardia dentro i processi di ibridazione del sistema dei media. I radioascoltatori sono il 79,4% degli italiani, stabili da un anno all’altro». Ma se la radio ascoltata in casa attraverso l’apparecchio tradizionale perde 5,3 punti percentuali di utenza, l’autoradio è stabile (+0,3% rispetto all’anno precedente) e l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (lo fa il 17,3% degli italiani: +0,3%) e soprattutto attraverso lo smartphone (con una utenza arrivata al 21,3%: +0,6% rispetto a un anno prima) è sempre più rilevante.

In crescita ulteriore «internet, smartphone e social network». L’utenza di internet passa dal 78,4% al 79,3% della popolazione, «con una differenza positiva di quasi un punto percentuale in un anno», evidenzia il Rapporto. E ancora: «Gli italiani che utilizzano gli smartphone salgono dal 73,8% al 75,7% (con una crescita dell’1,9%, quando ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione). I social network più popolari sono YouTube, utilizzato dal 56,7% degli italiani (ma il dato sale al 76,1% tra i 14-29enni), Facebook dal 55,2% (dal 60,3% dei giovani), Instagram dal 35,9% (dal 65,6% degli under 30). E WhatsApp è utilizzato dal 71% degli italiani: il 3,5% in più in un anno (si arriva all’88,9% dei 30-44enni, ma si scende al 30,3% tra gli over 65)».

In dieci anni è quadruplicata la spesa per i telefoni. «La spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 (l’ultimo anno prima dell’inizio della crisi) e il 2018 evidenzia come, mentre il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom, di fatto quadruplicando in valore (+298,9% nell’intero periodo, per un valore di oltre 7 miliardi di euro nell’ultimo anno), quella dedicata all’acquisto di computer e audiovisivi ha conosciuto un rialzo rilevantissimo (+64,7%), mentre i servizi di telefonia si sono assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-16,0%, per un valore però di 16,8 miliardi di euro sborsati dalle famiglie italiane nell’ultimo anno)». La spesa per libri e giornali ha subito invece «un vero e proprio crollo nel decennio (-37,8%), che però si è arrestato nell’ultimo anno, quando c’è stato invece un rialzo del 2,5%».

Stando ai dati del Rapporto, «si è fermata l’emorragia di lettori per la carta stampata». Quelli dei quotidiani, che nel 2007 erano il 67,0% degli italiani, «si sono ridotti al 37,3% nel 2019, praticamente gli stessi di un anno prima (il 37,4% nel 2018). Le edizioni on line dei giornali si attestano a una quota di utenza pari al 26,4% (la stessa di un anno fa: +0,1%)». Nel campo dei periodici, «flettono leggermente i settimanali (il 30,1% di lettori, -0,7% in un anno) e tengono i mensili (il 27,4% di lettori: +0,9%)». Gli aggregatori di notizie on line e i portali web d’informazione, invece, «sono consultati dal 51,6% degli italiani, con una crescita del 5,5% rispetto all’anno precedente». Anche i lettori di libri in Italia continuano a diminuire anno dopo anno: «Se nel 2007 il 59,4% degli italiani aveva letto almeno un volume nel corso dell’anno, nel 2019 il dato è sceso al 41,9%, ma sembra essersi fermata la caduta, dal momento che il dato risulta stabile rispetto all’anno precedente (-0,1%). Né gli e-book (letti solo dall’8,5% degli italiani, con una variazione nulla in un anno) hanno compensato la riduzione dei lettori».

Un capitolo a parte quello relativo ai più anziani, per i quali «la piramide dei media vede al vertice la televisione (96,5%), con i quotidiani (54,6%) e i periodici (52,2%) collocati ancora sopra internet (42,0%) e smartphone (38,2%). Televisione e carta stampata, dunque, costituiscono le fonti principali per chi ha 65 anni e oltre. Una vera piattaforma di accesso digitale si presenta invece tra i più giovani. Tra chi ha 14-29 anni risultano appaiati internet (90,3%), tv (89,9%), telefono cellulare (89,8%) e social media (86,9%): in questo caso siamo compiutamente nel regno della transmedialità». Non mancano le differenze territoriali: «La più ricca piattaforma mediatica – si legge nel Rapporto – è quella su cui si collocano gli abitanti delle grandi città (con più di 500mila residenti), in cui praticamente tutti i dati si posizionano al di sopra della media nazionale dei consumi mediatici, con l’eccezione dei quotidiani, letti solo dal 20,4% della popolazione. Nelle aree metropolitane hanno preso più piede sia la mobile tv (31,6%) che la tv on demand (31,3%). Al contrario, nei centri urbani minori (fino a 10.000 abitanti) i consumi mediatici sono per la maggior parte al di sotto della media nazionale, con la sola eccezione dei quotidiani: il 40,5% di lettori, cioè il doppio rispetto alle grandi città».

Da ultimo, secondo il Censis «nell’era biomediatica la famiglia costituisce ancora di gran lunga il primo fattore di identificazione. Lo è per il 76,3% degli italiani e in misura maggiore per gli anziani (83,5%). L’essere italiano (39,9%) e il legame con il proprio territorio di origine (37,3%) si collocano a poca distanza l’uno dall’altro». Segue «il lavoro (29,2%), una leva di identificazione più forte tra chi ha una età compresa tra 30 e 44 anni (39,1%). Poi la fede religiosa (17,2%) e le convinzioni politiche (11,8%). Solo dopo viene l’identità europea (10,9%)». Ma, avverte il Rapporto, «per il 3,5% è il proprio profilo sui social network a determinarne l’identità, e questa percentuale sale al 9,1% tra i giovani: uno su dieci».

21 febbraio 2020