Corruzione: per l’Italia «un lieve peggioramento»

I dati dell’Indice di percezione pubblicato da Transparency International. Busia (Anac): perdere 10 posizioni «è preoccupante. Recuperare è possibile ma richiede la volontà di tutti»

Primo calo, per l’Italia, nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi), pubblicato ieri, 11 febbraio, da Transparency International. Il punteggio assegnato al nostro Paese nel rapporto relativo al 2024 «è di 54 e colloca il Paese al 52° posto nella classifica globale e al 19° posto tra i 27 Paesi membri dell’Unione europea. Nell’ambito di una tendenza alla crescita – si legge nel testo -, con +14 punti dal 2012, il Cpi 2024 segna il primo calo dell’Italia (-2). Le più recenti riforme ed alcune questioni irrisolte stanno indebolendo i progressi nel contrasto alla corruzione».

Transparency riconosce i «positivi cambiamenti in chiave anticorruzione» innescati dal sistema nazionale negli ultimi 13 anni, dalla legge del 2012 alla trasposizione della Direttiva europea sul Whistleblowing con il decreto legislativo 23/2024. Ancora, «il ruolo dell’Autorità nazionale anticorruzione che, negli ultimi anni, ha rafforzato la disciplina sugli appalti e creato un database pubblico che rappresenta un esempio regionale di rinnovata fiducia nei sistemi di trasparenza». Dall’altra parte, tra i fattori che ancora incidono negativamente sulla capacità del sistema di prevenzione della corruzione nel settore pubblico ci sono «la mancanza di una regolamentazione in tema di conflitto di interessi nei rapporti tra pubblico e privato, l’assenza di una disciplina in materia di lobbying e il perdurare del rinvio all’implementazione del registro dei titolari effettivi che potrebbe limitare l’efficacia delle misure antiriciclaggio».

Più in generale, in tutta l’Europa occidentale – che pure rimane la ragione con il punteggio più alto (64) -, «gli sforzi per combattere la corruzione sono fermi o in diminuzione». Secondo l’Indice – che assegna un punteggio a 180 Paesi e territori di tutto il mondo in base alla percezione della corruzione nel settore pubblico, utilizzando dati provenienti da 13 fonti esterne -, «le maggiori economie della regione (Francia e Germania) registrano un calo e persino quelle tradizionalmente più forti (Norvegia e Svezia) ottengono i loro punteggi più bassi. Questo stallo compromette la capacità di affrontare le sfide più urgenti: la crisi climatica, la questione dello Stato di diritto e l’efficienza dei servizi pubblici».

Transparency International ricorda anche le misure proposte dalla Commissione Ue per far fronte all’indebolimento degli sforzi anticorruzione. A cominciare proprio dalla Direttiva anticorruzione che consentirebbe all’Unione europea di consolidare il proprio ruolo nella lotta al fenomeno, «armonizzando la legislazione anticorruzione degli Stati membri e rendendo obbligatoria nel diritto comunitario l’incriminazione per i reati previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (Uncac)».

Tornando all’Italia, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) Giuseppe Busia parla di «fotografia poco soddisfacente. Ci sono motivi di preoccupazione per l’Italia – afferna -. Non si tratta tanto dei due punti in meno rispetto all’Indice precedente, ma del confronto su come si sta muovendo il resto del mondo: passiamo infatti dalla 52ª alla 42ª posizione a livello mondiale. Stiamo facendo un cammino inverso rispetto al passato, non dobbiamo nascondercelo».

Per il presidente Anac, si tratta di «un impoverimento dal punto di vista economico e della partecipazione», che «incide negativamente sulla fiducia dei cittadini, quanto mai preziosa in questo delicato momento storico, oltre a ridurre l’attrattività del nostro Paese agli occhi degli investitori esteri, con conseguente perdita di occasioni di crescita e sviluppo».

Nelle parole di Busia, «è sbagliato sia consolarci confrontandoci con i mali di altri Paesi sia enfatizzare che l’indice registra solo la percezione della corruzione. Il Cpi di Transparency è globale, non si può dire che non restituisca una fotografia reale». Quindi, invitando a investire nella lotta alla corruzione, segnala alcune scelte recenti, che hanno pesato sulla retrocessione dell’Italia di dieci posizioni nell’Indice: innanzitutto, «l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che ha lasciato aperti diversi vuoti di tutela, o l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti di servizi e forniture fino a 140mila euro, che oltre a ridurre la trasparenza, rischia di far lievitare la spesa pubblica». E, ancora, «l’assenza di una seria disciplina sulle lobby, non criminalizzatrice ma improntata alla assoluta trasparenza e ponendo le lobby, quelle più forti e quelle meno, sullo stesso piano. I canali devono essere trasparenti – spiega – perché i cittadini devono sapere tra quali scelte il decisore pubblico poteva operare. Bisogna anche porre divieti e limiti a finanziamenti al decisore pubblico per evitare di inquinare le decisioni».

Dal presidente Anac anche la richiesta di «estendere le regole sui conflitti di interessi, sulle incompatibilità e sulle inconferibilità anche alle cariche politiche, mentre noi ci siamo fermati a livello amministrativo e dirigenziale». Per l’Italia, «recuperare è possibile – conclude -, ma richiede la volontà politica di tutti: ricordo solo che tre anni fa, presentando nel 2022 lo stesso Indice, avevamo festeggiato il fatto di aver scalato ben dieci posizioni. Quelle stesse dieci che quest’anno abbiamo perso».

12 febbraio 2025