Dal Congo un grazie al popolo italiano per la solidarietà

Il presidente dei vescovi Utembi Tapa racconta di un popolo allo stremo, che continua a sperare. Don Dieudonné, da Kisangani a Tor de’ Schiavi

Il presidente dei vescovi Marcel Utembi Tapa racconta di un popolo allo stremo, che continua a sperare. Don Dieudonné Kambale Kasika, da Kisangani a Tor de’ Schiavi

Kasai è allo stremo ma torna a sperare. Nella provincia della Repubblica democratica del Congo mancano cibo e cure mediche. Dall’agosto 2016 la situazione è molto tesa ma gli scontri in alcune zone, almeno per il momento, sono cessati. Ad originarli, l’uccisione del capo tribale e leader della milizia locale Kamwina Nsapu, dal quale prende nome il gruppo di ribelli che si oppone al presidente Joseph Kabila, deciso a restare al potere nonostante il suo secondo mandato sia scaduto a dicembre. Dopo l’omicidio di alcuni poliziotti, il governo centrale ha reagito con l’intento di riportare l’ordine e la sicurezza. La contro offensiva sui miliziani ha però raggiunto in poco tempo proporzioni enormi provocando centinaia di morti, più di un milione di sfollati interni e migliaia di rifugiati in Angola.

«La situazione è preoccupante sul piano della sicurezza e dell’economia sociale e umanitaria» spiega monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani e presidente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo, principale protagonista al tavolo di negoziazione con il presidente Kabila. «La popolazione ha paura di ritornare nei villaggi temendo rappresaglie sia dalle forze dell’ordine dispiegate nella regione sia dai miliziani – prosegue -. Necessita di cure mediche e di aiuto umanitario. Non si coltiva da mesi e il cibo scarseggia.  Scuole e centri di cura chiusi o incendiati. Non sono stati risparmiati neanche gli edifici ecclesiastici come il vescovado di Luebo, il seminario maggiore di Malole, le parrocchie nella diocesi di Luiza. I bambini vagano senza meta, spaventati. Dopo tanti tentativi di dialogo iniziati dal governo tramite il ministero dell’Interno, c’è un barlume di speranza, in alcune zone è tornata la calma, speriamo che ovunque torni la pace e perduri. Il popolo ha fiducia in Kabila che dice di voler recuperare la pace».

Monsignor Utembi Tapa ringrazia il popolo italiano «per la solidarietà dimostrata nei confronti del Congo con i sostegni finanziari del governo che passano attraverso la Cei». La Chiesa al momento non solo è presente «al fianco dei più vulnerabili per alleggerire le loro sofferenze» ma è anche impegnata per avviare un dialogo, «unica via possibile per uscire dalla crisi. Abbiamo lanciato appelli affinché cessino le violenze e si dia ascolto a Papa Francesco che esorta a costruire ponti della pace e non a erigere muri».

Il Congo non è nuovo a guerre e scontri violenti. Don Dieudonné Kambale Kasika è un sacerdote studente del Congo, collaboratore nella parrocchia Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi. È nato nel 1979 ma ha vividi ricordi della guerra e delle instabilità nel suo Paese già dal 1989. «Ho vissuto in prima persona la guerra dei Sei giorni che si è combattuta tra il 5 e l’11 giugno 2000 nella mia città, Kisangani, che vedeva contrapposti l’esercito ruandese e ugandese – ricorda -. Ho visto tanta gente morire e nel 2002 mi sono salvato per miracolo». Seguire questi tragici eventi a chilometri di distanza non è facile: don Dieudonné  cerca di informarsi ed è in costante contatto con la famiglia che «sta bene ma vive nell’ansia e nella paura perché non si sa mai cosa può accadere. Mi chiedono sempre di pregare per loro e io rispondo: “Prego per voi, per il nostro popolo e il nostro Paese”».

13 giugno 2017