Delle Foglie: creare una rete di comunicatori cattolici

La proposta del direttore dell’agenzia giornalistica Sir: «Scegliere la “parresia” per narare in modo nuovo il bene e il male»

La proposta del direttore dell’agenzia giornalistica Sir: «Scegliere la “parresia” per narare in modo nuovo il bene e il male»

La «Lettera alla città» del cardinale vicario Agostino Vallini è un testo che «con grande consapevolezza mostra la crisi etica e antropologica in cui vive la città di Roma». Così Domenico Delle Foglie, direttore dell’agenzia d’informazione religiosa Sir, commenta il documento indirizzato ai romani insieme al Consiglio pastorale diocesano. «Solo da questa consapevolezza può nascere un’azione forte, risoluta e persino rivoluzionaria».

Direttore, secondo lei quali sono i mali di Roma?
Questa città è l’emblema della crisi della moderna urbanizzazione, nella quale i destini del popolo, la qualità della sua vita e la sua socialità sono spesso determinati da poteri “irresponsabili”, che, ad esempio, vanno dalla finanza all’edilizia. Poteri esterni alle logiche democratiche. Basti pensare allo svuotamento del centro di Roma e al rigonfiamento delle periferie. Questo esito spiega, almeno in parte, il grave deficit di socialità che oggi si segnala come uno dei più gravi mali di Roma, insieme con la corruzione diffusa e capillare. Per non parlare del deficit di buona politica…

E i mali della comunicazione?
Il male preminente della comunicazione è il suo distacco dalla realtà. Da quel principio di realtà che ha ceduto il passo a un racconto costruito sulla percezione. Questa malattia della comunicazione italiana è grave a livello nazionale, ma è gravissima a livello locale. Impedisce, infatti, la costruzione di un giudizio critico, indispensabile per addensare le energie sociali e pre-politiche necessarie a creare un’alternativa politico-amministrativa credibile.

Che cosa ha creato l’anemia spirituale di cui si parla nella Lettera?
È il frutto della globalizzazione, del relativismo morale e dell’individualismo, con la rarefazione dei processi comunitari, a tutti i livelli. Non ho gli strumenti necessari per giudicare, ma mi limito a registrare che se non nascono vocazioni di credenti al sociale e alla politica, qualche responsabilità delle comunità cristiane come luoghi di discernimento, dovranno pur esserci. Il Papa chiede ai credenti di non costruire “eventi,” ma “processi”. Bisogna cominciare a chiederci se almeno abbiamo individuato il punto di partenza. Il cardinale Vallini ha il merito di aver indicato “cinque sfide o cantieri urgenti e decisivi” (vecchie e nuove povertà, l’accoglienza e l’integrazione, l’educazione, la comunicazione, formare pazientemente la classe dirigente di domani). Ma per costruire processi, e quindi occupare il tempo e non lo spazio, occorre tornare a pregare.

Riguardo a questi mali quale il ruolo della comunicazione?
Dobbiamo cominciare a parlare di Roma e dei romani con «parresia». Il Papa l’ha chiesta ai vescovi convocati per il Sinodo sulla famiglia. Per chi oggi fa comunicazione, scegliere la «parresia» comporta dei rischi gravissimi, a partire dalla consapevolezza di poter scoprire che “il re è nudo”. Siamo disposti tutti, anche nella nostra comunicazione ecclesiale, a correre questo rischio? Cosa significa, oggi, in una capitale mondiale come Roma, dare voce a chi non ha voce? Quanta capacità, anche professionale, abbiamo maturato, per raccontare sino in fondo il Paese reale? Quanta curiosità, quanto interesse, riusciamo a coagulare attorno a una visione diversa della vita che non assecondi la banalizzazione dominante? Queste sono le domande che da comunicatore mi faccio ogni giorno e che anche noi comunicatori cattolici dovremmo imparare a declinare insieme. Magari stimando di più gli sforzi che i nostri colleghi fanno in questa direzione. Io coltivo sempre il sogno che nasca una sorta di comunità di comunicatori cattolici. Un luogo aperto, una rete a maglie larghe, ma capace di mostrare la libertà dei figli di Dio chiamati alla drammatica responsabilità sociale del comunicare. Il male come il bene.

Cosa vuol dire?
Dinanzi alla richiesta pressante del Papa a raccontare il bene per sconfiggere l’indifferenza, chiedo se noi comunicatori cattolici non dobbiamo trovare una formula nuova, più giusta e più umana, per raccontare il male. Non possiamo illuderci di diventare i professionisti della comunicazione del bene e lasciare che il racconto del male sia tutto nelle mani degli altri. Dobbiamo accogliere la sfida di Francesco, con la consapevolezza che nel mondo aperto della comunicazione possiamo e dobbiamo costruire un’informazione capace di reggere la competizione. Anche nel racconto del male e per guadagnarci gli spazi per la narrazione del bene.

 

11 gennaio 2016