Domiziana Mecenate: dalla ginnastica al nuoto, fino a Parigi 2024

La portabandiera azzurra alla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, romana, racconta il percorso che l’ha portata, in 3 anni, ai Giochi a 5 cerchi. E il sogno di Olimpiadi e Paralimpiadi organizzate insieme

«Quarto posto? È una bella cosa, no?». «Lì per lì non tanto… Ma ripensandoci a mente fredda, sì dai! Sono molto orgogliosa di tutto quello che ho fatto». «Brava. Come si dice… step by step!». Domiziana Mecenate, la portabandiera azzurra alla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi di Parigi, è ricoverata allo Spallanzani di Roma per un’infezione dei reni e sta chiacchierando con un infermiere che è appena entrato in stanza per cambiarle l’ago. «Fa male?», le chiede. «No, no. Ma se si gonfia ti vengo a cercare eh!», gli risponde con un sorriso. È il 25 settembre. Ed è passato esattamente un mese da quando è partita per la sua prima avventura ai Giochi Paralimpici con la nazionale di nuoto. Trenta giorni sulle montagne russe. La grande emozione dell’esordio. Il quarto posto – a sessanta centesimi dal bronzo – nei 50 metri dorso. La finale conquistata nei 100 metri stile. La gioia di sventolare il tricolore insieme a Ndiaga Dieng. Il ritorno a casa, la febbre alta dopo pochi giorni e la corsa in pronto soccorso. Che però fortunatamente non le ha impedito di “evadere” per qualche ora per andare lunedì 23 settembre alla cerimonia del Tricolore al Quirinale con il presidente della Repubblica.

Un viaggio iniziato tre anni fa. Da un incidente durante un allenamento di ginnastica artistica, il suo primo amore. Una caduta durante un volteggio le ha cambiato la vita. Un mese in coma farmacologico e quasi un anno all’unità spinale a fare fisioterapia. Dal 15 luglio 2021 Domiziana convive con una lesione incompleta alla colonna vertebrale. «Le gambe le sento ma non riesco a muoverle. Il tronco fa quel che può (sorride, ndr). Le braccia le muovo, mentre le mani no», spiega. Ma guai a chiamarli «supereroi», dice parlando degli atleti paralimpici come lei. «Non è la nostra disabilità che ci porta sul podio. Ci facciamo lo stesso “maz…” che si fanno gli altri», sottolinea mentre sta già pensando ai prossimi allenamenti che la aspettano nella piscina Zero9, nel quartiere romano Eur-Tor di Valle.

Innanzitutto, come sta?
Meglio, per fortuna. Sono ancora in ospedale per via degli antibiotici, ma a breve dovrebbero dimettermi.

Partiamo dalla fine: dalla bellissima giornata di lunedì al Quirinale.
Non sapevo se sarei riuscita ad andare. Fino al giorno prima non potevo nemmeno sedermi. Quindi ero emozionatissima già solo per il fatto di essere presente. Il clima era fantastico. Il presidente Pancalli e gli altri sapevano del mio ricovero. Ho sentito molto affetto da parte di tutti.

E l’incontro con Mattarella?
Ha la stessa bontà di un nonno. Credo che anche lui mi abbia detto qualcosa riguardo al mio stato di salute degli ultimi giorni. Ma è stato tutto molto veloce ed ero così contenta che non ci ho capito molto sinceramente (ride, ndr).

Grazie a lui hanno potuto partecipare per la prima volta anche gli atleti arrivati quarti. Che cosa significa per lei questo risultato?
Inizialmente ero arrabbiatissima e delusa da me stessa. Dopo la gara sono corsa negli spogliatoi in lacrime, con la giudice dell’antidoping che mi rincorreva. Sono finita nel bagno a piangere mentre le dicevo: “Mi scusi, di solito non sono così, mi creda!”. Non è stato un gran momento (ride, ndr). Ma poi, ripensandoci a mente fredda, mi sono resa conto di tutto quello che sono riuscita a fare in due anni e mi sono ricreduta.

Non tutti riescono a vederla in questo modo.
La generazione precedente alla mia ha vissuto lo sport in maniera più tossica. Noi invece siamo maggiormente attenti alla salute mentale. Non mi permetterei mai di dire a un altro atleta di non essere contento di un suo posizionamento, qualunque esso sia. A maggior ragione la medaglia di legno è un traguardo importantissimo. Non sei il primo fallito, ma il quarto più forte.

Un traguardo che le ha spalancato la porta per fare la portabandiera. L’abbiamo vista sfilare raggiante.
È stato bellissimo. Ci hanno inquadrato subito dopo essere passati vicino ai nostri compagni. Quindi in quel momento ero contentissima. Anche Ndiaga, che è più timidino di me, si è illuminato. Era davvero orgoglioso di essere lì, mentre all’inizio si vergognava. Sono una persona che vive molto della felicità degli altri. Quindi mi ha fatto molto piacere vederlo così a suo agio.

Sarà stata contenta anche della medaglia di bronzo del suo amico Manuel Bortuzzo.
Certo. Anche se in realtà l’ho perso per due giorni perché è andato giustamente a festeggiare con i suoi amici e parenti, mentre io stavo preparando la mia gara. Appena l’ho visto gli ho detto: “Ma che fine hai fatto?” Mi sono congratulata con lui perché so quanto si sia impegnato durante l’anno. È difficile vedere Manuel gioire dei propri risultati. Ma a Parigi l’ho visto davvero felice. Gli voglio molto bene. Si merita questo risultato e l’affetto delle persone.

E ora?
Nel 2025 ci saranno i Mondiali a Singapore. Se non fossi ricoverata qui in ospedale, sarei già tornata a nuotare.

Un viaggio che è partito però da quel maledetto incidente. Che ricordi ha?
Sono ricoverata a meno di un km dall’ospedale in cui mi hanno operata tre anni fa, il San Camillo. Ci sono ripassata proprio la scorsa settimana, perché inizialmente mi hanno portata lì. Ho rincontrato gli stessi medici e infermieri che si sono presi cura di me. È stato un piacere immenso rivederli. È come se fossi uscita da lì il giorno prima. Sono stati carinissimi. In quel luogo ho passato i momenti più brutti della mia vita, ma nello stesso tempo ho ricordi felici grazie alle persone che mi sono state accanto. Ritornarci mi ha scatenato un mix di emozioni molto strane.

Che rapporto ha con la fede? L’ha aiutata in quei momenti?
Quando ero piccola, grazie a mia nonna, ero molto credente. Lei mi diceva sempre che Gesù le mie preghiere le avrebbe ascoltate. E quindi mi sentivo molto importante (ride, ndr). In queste situazioni, la fede o la trovi o la perdi. Ma nel mio caso non era molto forte neanche prima. A un certo punto la religione si è allontanata dalla mia vita e l’incidente sicuramente non mi ha aiutato a ritrovarla. Ho pensato: “Che cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”, dando la colpa, sbagliando, a Dio. Non è detto però che in futuro non possa riavvicinarmi.

Che cosa le ha dato supporto invece?
La mia voglia di vedere il mondo e intraprendere nuove sfide. E soprattutto il mio ragazzo, che è sempre stato il mio faro. Mi ha scritto proprio adesso, tra l’altro. Parli del diavolo e spuntano le corna (ride ndr).

E la storia con il nuoto come è iniziata?
Per caso. Durante la visita per la patente mio padre si è messo a chiacchierare con un signore raccontandogli la mia storia. Era Roberto Valori, il presidente della Federazione italiana nuoto paralimpico. Lui mi ha spinto a fare una prova al Tre Fontane e così ho conosciuto il mio coach, Enrico Testa. Con lui ho un rapporto bellissimo. La prima volta che mi ha visto due anni fa è rimasto sorpreso di come mi muovessi in acqua, nonostante la lesione. Direi che ci ha visto lungo.

Domiziana Mecenate con il suo allenatore nella piscina Zero 9 (foto: diocesi di Roma/Gennari)

Aveva detto che sarebbe andata a Parigi per combattere ogni tabù sulla disabilità. A che punto siamo?
Queste Paralimpiadi sono state un grande punto di svolta. Tantissime persone ci hanno seguito. Gli spalti erano sempre pieni, dalle qualificazioni fino alla cerimonia di chiusura. Stiamo andando nella direzione giusta.

Che cosa manca?
Vorrei che le Olimpiadi e le Paralimpiadi potessero essere organizzate insieme. Lo so che può sembrare impossibile, ma avere un unico grande evento sarebbe la cosa migliore. Molte persone quando guardano le nostre gare pensano: “Sono proprio dei supereroi”. Non è la nostra disabilità che ci porta sul podio. Ora siamo tanti. Quando sono iniziati i Giochi paralimpici c’era meno concorrenza. Adesso il livello si è alzato e vincere una medaglia è difficile per noi tanto quanto lo è per i normodotati.

Messaggi che trasmette anche sui social.
Proprio ieri mi ha scritto una ragazza. La sorella ha avuto il mio stesso incidente e mi ha chiesto se potessi parlarle. Quando ero in ospedale ero piena di dubbi e mi avrebbe fatto piacere avere qualcuno con cui potermi sfogare. Quindi essere d’aiuto mi fa stare bene. In molti mi hanno scritto che hanno trovato la forza ascoltando le mie parole. È il motivo per cui mi piace stare sui social e raccontare la mia storia.

Proprio sui social l’anno scorso aveva scritto, ricordando l’incidente, che avrebbe dovuto imparare di più a vedere le cose belle e positive che la circondano.
Esattamente, ma dopo un mese sono stata malissimo. Ho avuto un crollo mentale. La ricerca di possibili novità si è trasformata in una forte nostalgia di tutto quello che non potevo più fare. Ero proiettata solo sul passato. Non è sempre facile essere positivi. Mi piace far vedere anche questo. Non è un momento che ho passato definitivamente, ma ci sto lavorando.

Se chiude gli occhi qual è il suo sogno adesso?
Beh, conquistare a tutti i costi una medaglia ai prossimi Mondiali.

Tradotto: bello il quarto posto, ma…
Ora tocca iniziare a vincere qualcosa.

26 settembre 2024