Don Joseph, da Haiti alla Clericus Cup con il Maggiore

27 anni, originario di Hinche, gioca come attaccante nella squadra mista Roma-Vaticano. «Il calcio aiuta a ritrovare se stessi. È un gioco serio»

Johnny Joseph ha 27 anni, viene da Hinche, Haiti. Dal 2012 frequenta il Seminario Romano Maggiore e gioca nella squadra mista Romano-Vaticano nel torneo Clericus Cup: da soli non raggiungevano il numero minimo di giocatori.

Com’è arrivato in Italia?
Il mio vescovo Simon Pierre Saint-Hillien riteneva che un seminarista deve conoscere Roma per capire l’universalità della Chiesa. Voleva che arrivassi al dottorato per avere le conoscenze giuste e insegnare in seminario. Ora è morto e non so se questo progetto andrà avanti. Per lui era importante la missione, portare il Vangelo tra la gente.

Quando ha avvertito la sua vocazione?
Grazie al mio parroco, ma ha radici più remote. Volevo diventare capace di predicare come lui. Facevo parte del coro e mi occupavo dell’animazione. Ho fatto discernimento con lui per tre anni. Era una comunità molto viva, la mia, si facevano campi di otto giorni. Ricordi bellissimi. Però devo dire che da bambino dormivo con la bisnonna e mi diceva che quando pregava, parlava con Dio. Io lo pregavo per diventare un grande calciatore. Il parroco mi disse che Dio può cambiare il cuore. Allora ho chiesto un cuore di carne e ho maturato la vocazione».

Ha trovato ostacoli?
Sono diacono e il 12 maggio verrò ordinato sacerdote dal Papa. All’inizio in famiglia non volevano. La mamma disse che era troppo lungo e difficile per me. Poi hanno visto la convinzione. La mia preghiera in casa scandiva momenti forti. Sto conseguendo la licenza in Teologia biblica al Seminario Romano Maggiore e studio all’Università Gregoriana».

Com’è arrivato alla Clericus cup?
Grazie alla grande voglia di giocare abbiamo formato la squadra e convinto il rettore. Giochiamo quasi tutti i giorni. Facciamo allenamenti professionali: il nostro portinaio è un ex allenatore.

Ha un passato da calciatore?
Da adolescente facevo parte della Real de Hinde, la squadra della mia città, ma non esiste più. Ora sono un attaccante. Ma voglio fare il difensore quando la squadra perde.

Nel 2010 un forte terremoto devastò Haiti, la capitale Port-au-Prince. Che conseguenze ha avuto per lei e la sua famiglia?
Davanti al terremoto ci si chiede qual è il senso. Erano le 16.52 del 12 gennaio. Ricordo il pianto delle madri che non riuscivano a contattare i figli. Ad Haiti ognuno ha qualcuno nella Capitale. Mia sorella viveva lì con una zia più agiata, per aiutare la famiglia. Non tornò a scuola nel pomeriggio, non ne aveva voglia. La scuola è crollata e lei si è salvata così. Il terremoto non si è verificato a Hinche ma la tv mostrava persone senza speranza. Molti sono stati sepolti in una fossa comune, non si sa di preciso quanti morti ci siano stati.

Che situazione c’è oggi ad Haiti?
Non possediamo i mezzi adeguati per l’agricoltura. Importiamo molta merce, i prezzi sono alti. Questo determina la povertà.

Cos’è per lei il calcio?
Una parentesi di sfogo durante lo studio. Anzi: aiuta a studiare meglio e a ritrovare se  stessi. Dopo aver giocato si analizza il proprio comportamento, viene fuori tutta la persona. È un gioco serio, per vincere. Anche in seminario, dove ho segnato tanto. Voglio tornare ad Haiti per fare il sacerdote e giocare a calcio per avvicinare i giovani.

24 aprile 2019