Don Stefano e la sfida del Vangelo nella quotidianità

L’esperienza del parroco di San Basilio, iniziata con una vocazione adulta. L’impegno in un territorio difficile, tra criticità e «punti di forza». «Ciò che conta è essere sempre al servizio della gente»

Prosegue la campagna della Cei per la sensibilizzazione sul sostegno ai sacerdoti diocesani. Spot tv e radio, video e articoli – protagonisti anche i periodici diocesani come Romasette.it iscritti alla Federazione italiana settimanali cattolici – sottolineano l’impegno dei presbiteri e le attività promosse nelle parrocchie grazie alla collaborazione con i laici. Opportunità per richiamare alla corresponsabilità verso l’operato dei sacerdoti diocesani attraverso le offerte deducibili e sentirsi “Uniti nel dono”. Parte integrante della sensibilizzazione è il racconto dell’impegno dei sacerdoti diocesani: dopo quelli dedicati a don Simeone e a don Meloni, ecco quello incentrato su don Stefano Sparapani, parroco a San Basilio

A San Basilio, periferia est della Capitale, è l’amico su cui si può sempre contare. Don Stefano Sparapani, 66 anni, parroco della chiesa omonima dal 2010, conosce tutti nel quartiere: «Non mi sono mai sentito “mandato” a San Basilio, io sono di San Basilio. Ho anche preso la residenza qui – racconta sorridendo -. Certamente ho un ruolo ma non è quello che fa la differenza: sono sempre entrato in tutte le case e questo ha permesso di instaurare un rapporto». Nato come borgata al tempo del Fascismo, San Basilio – che conta circa 25mila abitanti – è un territorio complesso, di cui ci si ricorda solo quando rimbalza agli onori della cronaca: «Spesso ci attribuiscono fatti negativi che avvengono nelle zone circostanti – spiega -. In realtà San Basilio ha i suoi punti di forza, anche se il bene raramente fa notizia. Qui, per esempio, non solo esiste uno spirito popolare solidale che supporta chi è più in difficoltà ma vive anche tanta gente onesta che lavora con sacrificio e fatica per sostenere la propria famiglia».

Una marginalità, quella del quartiere, che troppo spesso rischia di diventare un terreno fertile in cui si annidano piaghe come la droga e la violenza. «Purtroppo a San Basilio lo spaccio è un fenomeno in incremento – confessa don Stefano -. Basta andare negli angoli più difficili della zona per rendersi conto che esiste una realtà sommersa». Un sistema di illegalità che finisce per alimentare la dispersione scolastica: «Ci sono ragazzi, le cui famiglie vivono di questo, che preferiscono andare sul marciapiede a spacciare piuttosto che studiare o lavorare». Anche per questo la parrocchia è molto attiva nell’apertura ai giovani: «Gli scout dell’Agesci, il gruppo Roma 76, e il percorso del dopo cresima “Giovani in comunione” sono due realtà significative che contribuiscono a riaccendere la speranza – spiega -. Sono proprio loro a occuparsi dell’oratorio, riaperto dopo due anni di chiusura».

Drammatico, inoltre, è il fenomeno dell’occupazione delle case popolari, che qui rappresentano il 95% degli immobili: «Ci sono abitazioni che passano di mano tra famiglie o che vengono occupate abusivamente – denuncia il sacerdote -. Questo è il peccato originale di San Basilio: se la casa popolare non viene amministrata bene, diventa una “terra di nessuno” dove il più furbo e prepotente entra a svantaggio di chi ne ha maggior diritto». Tali criticità sono tuttavia solo la punta dell’iceberg di un malessere più profondo che ha le sue radici nell’assenza di lavoro: «In zona c’erano tantissime fabbriche che ora hanno chiuso, ma che davano lavoro a molti. Poi è arrivata anche la pandemia». Il risultato: un tessuto sociale in buona parte ferito, che vive isolato tra la Tiburtina e via Nomentana. «È come se si fosse ghettizzato “il male” all’interno di un’unica area dove manca un reale orientamento al futuro».

Uniti nel donoNon usa mezzi termini don Stefano parlando della “sua” San Basilio, anche se in realtà è il quartiere Prati quello in cui è cresciuto. «Da ragazzo lavoravo come geometra nell’impresa di costruzione di mio padre – racconta -. La mia è stata una vocazione adulta: non ero legato alla Chiesa, almeno fino a quando, tramite un gruppo di amici che seguivano un percorso di vita cristiana, mi sono accostato ai sacramenti e ho iniziato a dedicarmi al volontariato presso la comunità di recupero di don Picchi. Poco dopo è arrivata la vocazione». In seguito all’ordinazione, ha ricoperto l’incarico prima di vicario parrocchiale e poi di parroco a San Girolamo a Corviale, dove è rimasto per vent’anni. Arrivato a San Basilio, don Stefano incontra una «terra piena di sassi», dove forte era la distanza dalla vita parrocchiale: «La sfida era ed è tuttora quella di riportare il Vangelo nella quotidianità, rafforzando il rapporto con le famiglie e facendo fronte alle tante sacche di povertà presenti». A San Basilio, infatti, sono in media 350 i nuclei familiari sostenuti dalla Caritas parrocchiale e dai volontari vincenziani tramite la distribuzione dei pacchi viveri. Un servizio a cui si affianca un centro di ascolto quotidiano e un’assistenza sanitaria mensile.

«Tutto questo non sarebbe possibile senza l’impegno di don Stefano, il cui tratto distintivo è la lungimiranza rispetto ai bisogni del territorio», racconta Salvatore, volontario e storico parrocchiano. Tra i progetti futuri del sacerdote c’è infatti la realizzazione di una piccola Cittadella della carità nei locali sotterranei: «Ciò che conta è essere sempre al servizio della gente secondo i propri carismi. Insomma, “Damose da fa’!”, dice ridendo, facendo sua un’esortazione in romanesco di Giovanni Paolo II. Ed è racchiuso tutto qui lo spirito che anima l’operato di don Stefano, un «prete da sempre in strada».

29 aprile 2022