Droga, alcol e paure. Dal baratro alla luce

Storie di dipendenza e di recupero grazie all’associazione Familiari Anonimi. Il racconto di due genitori: «La famiglia deve essere un perno su cui il dipendente si può appoggiare per il recupero»

Scherzano. Sono seduti su un divanetto. Sono due genitori che hanno i figli con problemi di dipendenza dalle droghe. Da anni hanno iniziato un percorso con i Familiari anonimi, un’associazione di aiuto e supporto per persone che convivono con chi fa uso di droga o alcool. Si incontrano due volte la settimana nei locali della parrocchia di Santa Maria Goretti. «Ho visto mio figlio diventare sempre più assente. A 19 anni non aveva nessuna relazione, viveva isolato in casa», racconta Alberto, che da cinque anni frequenta l’associazione. «Poi scopro che aveva iniziato a 12 anni con le canne e l’alcool. Lo faceva di nascosto. Quando con mia moglie avevamo dei dubbi e gli chiedevamo se usasse sostanze, negava. Negava sempre. E noi gli credevamo. Volevamo credergli». Ma un giorno trovano la droga in casa. «Ci si è spaccato il cuore. A quel punto il baratro, la paura, l’impotenza, il senso di colpa. Comincio ad avere un senso di continua ansia per mio figlio. Non riesco ad essere concentrato. Frana tutto. Perdo il lavoro».

La droga è come un veleno iniettato nella vita e colpisce ogni organo. «Chiedo aiuto, ma non riesco a trovare una strada. Dentro di me ho una grande ferita. Poi degli amici mi aiutano e trovo un bravo psichiatra che parla con mio figlio e lo porta a maturare la decisione di entrare in comunità». Da quel momento tutto cambia. «Il percorso è duro ma lui va avanti e smette di usare la sostanza. Resta il problema della dipendenza». L’uso di droga «rende prigionieri della sofferenza», aggiunge Maria, che con il marito frequenta i Familiari anonimi da oltre due anni. «Mio figlio non riusciva a terminare nulla di quello che iniziava. Frequentava una scuola di recitazione, l’insegnante ci dice che ha un talento particolare, ma non prosegue. Faceva calcio, ci dicono che è una promessa, ma quando deve passare dalla fase amatoriale a quella professionale smette. Non se la sente di fare il grande passo. La sostanza diventa un rifugio per vincere la paura. Questo è il grande inganno». E l’altro punto dolente sono i soldi. «Si vendeva tutto: gli abiti, le scarpe. Ogni cosa che avesse valore. Poi inizia a spacciare». I familiari diventano quelli che pagano i danni. «A un certo punto ho detto basta. L’ho fatto dormire tre notti in macchina e poi è entrato in comunità. Anche lì non termina il percorso. Entra ed esce». La droga altera anche le relazioni familiari. «Si crea una triangolazione per cui salgono i conflitti, dice molte bugie, diventa un abile manipolatore. E noi cominciamo a controllarlo. Non viviamo più la nostra vita. Questo è un grande errore».

aiuto recupero dipendenze Il percorso con i Familiari anonimi è importante proprio per questo: diventa un cammino che permette, con il metodo dei Dodici passi, di riprendersi la propria vita. «Chi usa droga non è un viziato ma un malato, di cui non bisogna essere complici», spiega Maria. «Partecipare a queste riunioni non ci fa sentire soli. L’anonimato rende tutti uguali. Non ci vergogniamo di avere un familiare con una dipendenza», spiega Alberto. In Italia l’associazione è presente dal 1986 e la prima città in cui opera è Roma. Ma l’associazione nasce nel 1971 grazie a un gruppo di genitori con figli adolescenti colpiti dalla dipendenza. «La condivisione ci aiuta a superare la solitudine e la disperazione. La famiglia deve essere un perno su cui il dipendente si può appoggiare per il recupero. Ma per farlo è necessario essere forti», dice Alberto. «Ho imparato a non giudicare mio figlio. È lui che deve scegliere. Deve fare un cammino che lo porti a sentirsi libero e consapevole di sé», aggiunge Maria. «Oggi, mio figlio è riuscito a diplomarsi e ha un gruppo musicale con alcuni amici. So che il cammino è ancora lungo ma all’orizzonte vedo la luce», racconta Alberto con gli occhi lucidi.

7 maggio 2018